Molti sono protagonisti di fatti di cronaca sconcertanti e talvolta violenti, gesti quasi anarchici, iniziative asociali. Altri invece scelgono lo studio ma optano per università straniere. In ogni caso cresce la distanza tra i ragazzi e il mondo degli adulti

I giovani sono spesso protagonisti di fatti di cronaca che lasciano interdetti, guida spericolata al volante in stato di ebbrezza oppure violenze di gruppo nei confronti di una ragazza indifesa oppure di un malato mentale caduto a terra che viene preso a calci. Per fortuna sono solo degli episodi, non troppo isolati, mentre la maggior parte dei giovani studia e lavora quantunque li vorremmo più attivi nella vita pubblica. Se dovessimo dare un quadro del mondo giovanile lo potremmo paragonare a un arcipelago, nel quale convivono comportamenti molto diversi che si organizzano all’interno di gruppi con forti fisionomie identitarie.
Prendiamo ad esempio i giovani dei rave di cui si è parlato molto nelle ultime settimane, etichettati in modo sbrigativo come individui pericolosi da combattere col codice penale. È un fenomeno questo non solo italiano ma anche europeo e americano, che viene guardato con sospetto dal mondo degli adulti, che non riescono a comprendere purtroppo le motivazioni dei giovani, usciti anche dalla pandemia desiderosi di ritrovarsi insieme, ballare al suono della musica techno che traduce la parola «rave». Si tratta di una sottocultura giovanile colorata di anarchismo e atteggiamenti di rifiuto verso la società consumistica in cui si ritagliano spazi quotidiani e comportamenti alternativi, come testimoniano i loro abiti, i tatuaggi e piercing, l’esaltazione per musiche monotoniche e droghe che amplificano la percezione e favoriscono la partecipazione emotiva.
È quello che li porta a ricercare vecchie fabbriche dismesse che implicitamente celebrano il fallimento del capitalismo oppure campagne non coltivate, che possono occupare illegalmente per giorni e giorni, luoghi questi ormai abbandonati dallo sviluppo economico e industriale. Sono nicchie in cui ritrovarsi in un clima di vicinanza emotiva, anche se alla fine dei rave si accumulano rifiuti e sporcizie che secondo alcuni dovrebbero giustificare la criminalizzazione dei rave.
Forse come è successo in Germania si potrebbero predisporre degli spazi in cui i giovani possono incontrarsi e ballare al ritmo techno. Sarebbe anche un modo di riavvicinarli alla società degli adulti.
Se i giovani dei rave sono un po’ sballati ma pacifici, ben diversi sono i giovani ultras che si accalcano nelle curve degli stadi, trasformate in arene dove si combattono come gladiatori. È un clima di guerra in cui si scontrano tifoserie di squadre diverse, con maglie e vessilli calcistici che servono a identificare le bande nemiche. Come abbiamo visto recentemente a San Siro sono gli ultras che dettano la loro legge, facendo sgombrare le curve per onorare la memoria di un loro capo che era stato ucciso. Qui l’ideologia implicita è quella della sopraffazione e della violenza, che spesso si colorano di nostalgie fasciste. Non è facile definirli una sottocultura a meno che non la si estenda alle bande antisociali.
Quantunque i giovani dei rave e delle curve siano molto diversi, entrambi rimangono tagliati fuori dalla società rinchiusi come sono nei propri rituali ripetitivi. Ben diverso è il destino dei giovani che vanno a studiare nelle università straniere, soprattutto britanniche. Il loro numero sta crescendo, raggiungono quasi i centomila e provengono perlopiù da famiglie benestanti che possono sostenere i costi della frequenza universitaria.
Spesso sono scelte che vengono preparate fin dagli anni del liceo in modo da garantire la propria domanda di ammissione alle università più apprezzate. Le motivazioni per trasferirsi all’estero sono molteplici, il prestigio delle università e poi le maggiori possibilità di trovare lavori ben più soddisfacenti sul piano delle retribuzioni. Per questo motivo sono partenze che non prevedono un ritorno, quantunque a volte i giovani avvertano nostalgia per il nostro Paese. Ma anche per loro vale quello che abbiamo già discusso, dobbiamo rinunciare al loro contributo e al loro entusiasmo, è un’emorragia che ci priva di menti particolarmente brillanti che prepariamo e selezioniamo per doverci poi rinunciare.
È colpa dei giovani o non è piuttosto la conseguenza del disinteresse della società italiana e dei governi che si sono susseguiti in questi ultimi decenni per i giovani, lasciati in un parcheggio che ritarda il loro ingresso nel mondo adulto. Vale la pena di ricordare che l’età media a cui si raggiunge la laurea è di 27,8 anni secondo i dati di Alma Laurea, mentre il distacco dalle famiglie di origine avviene tardivamente attorno ai 30 anni secondo i dati Eurostat.
Le ragioni sono molte: il familismo italiano e poi i pregiudizi verso i giovani che vengono mantenuti in una cappa di irresponsabilità e soprattutto l’assenza di provvedimenti governativi che favoriscano un’adeguata formazione scolastica e universitaria e allo stesso tempo stimolino con misure residenziali la loro autonomia abitativa e soprattutto sostengano l’imprenditoria giovanile. Se non si vuole la stagnazione della società italiana occorre che il baricentro sociale venga spostato sulle nuove generazioni in modo da favorire dinamismo e innovazione.

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