Si sono moltiplicati i vertici tra capi di Stato e di governo, tra pochi giorni se ne terrà un altro sulla guerra. Ma gli interessi commerciali comuni non bastano a garantire un equilibrio stabile

Si moltiplicano gli incontri bilaterali e multilaterali tra capi di Stato e di governo. Solo nell’ultimo mese, si sono riuniti i governanti dei venti Paesi più industrializzati a Bali (era il diciassettesimo incontro dal 1999) e i circa cento capi di Stato partecipanti alla conferenza sui cambiamenti climatici a Sharm el-Sheikh (era il ventisettesimo incontro dal 1995); si sono incontrati a Pechino il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il presidente cinese Xi Jinping, e a Washington il presidente francese Macron e quello statunitense Biden. Sempre nella capitale americana, erano ieri i due vice-presidenti della Commissione europea per partecipare al Consiglio commercio e tecnologia tra Unione Europea e Stati Uniti, e il 13 dicembre a Parigi vi sarà un altro summit sulla guerra russo-ucraina.
Se i contatti si infittiscono, tuttavia, una pace sistemica (cioè una pace duratura, come quella che sognavano gli illuministi francesi, che non sia un periodo di tregua tra due guerre) non si realizza. Alcuni di questi incontri sono «eventi da social media» (sono parole di Henry Kissinger) e non favoriscono l’elaborazione di strategie di lunga scadenza.
Intanto, rimangono silenti o hanno voce flebile i grandi protagonisti: l’Onu, il Consiglio d’Europa, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.
La prima organizzazione, che raggruppa 193 Stati e fu istituita nel 1945, si è pronunciata sul grano ucraino e sull’ambiente, non è riuscita a fare passi avanti per la pace. La seconda, operante dal 1949, che include 46 Stati europei, ha fallito quest’anno la sua missione per la sicurezza, la democrazia e i diritti umani. La terza, la cui partenza risale al 1975 e che include 57 Stati, tra cui Russia e Stati Uniti, ha addirittura chiuso il 31 marzo di quest’anno la sua delegazione in Ucraina, operante dal 2014.
Se si considerano le speranze sorte sul finire della Seconda guerra mondiale e quelle nate dopo la caduta del Muro di Berlino, la situazione è molto peggiorata. Testimonia le speranze del secolo scorso il fatto che, il 6 agosto 1945, il giorno del bombardamento su Hiroshima, venivano avviati a Chicago i lavori per una Costituzione mondiale, il cui testo è stato poi pubblicato con la prefazione di Thomas Mann. Testimonia le speranze del 1990 il lavoro svolto da Antonio Armellini per la Carta di Parigi, ora documentato dalla pubblicazione dei suoi diari del negoziato viennese (L’Italia e la Carta di Parigi della CSCE per una nuova Europa , Editoriale scientifica, 2022).
Oggi non c’è quella pace che era negli intendimenti dei piani di settantasette e di trentadue anni fa, e che doveva regnare da Vancouver a Vladivostok. L’aveva avvertito Henry Kissinger qualche anno fa, notando che «la struttura dell’ordine mondiale del XX secolo si è rivelata carente» (Ordine mondiale , Mondadori, 2015). Manca il motore della pace e sono assenti i rimedi contro le guerre.
Le cause di questo revirement nell’ordine del mondo sono molte. Una l’ha indicata Kissinger alla fine del suo ultimo libro (Leadership, Mondadori, 2022): il ritorno della rivalità tra le grandi potenze, con gli Stati Uniti convinti di essere portatori di valori universali; la Cina, invece, della unicità della propria cultura e della propria forza egemonica; la Russia, mossa dalla sua costante e radicata percezione di insicurezza, alla ricerca di un cordone di sicurezza lungo le sue frontiere.
Seconda causa: da quando si cerca di diffondere la democrazia nel mondo, e con essa il rispetto dei diritti umani, cioè di dare legittimazione democratica anche ad altri governi, si sono prodotte altre fratture, per la diversa interpretazione data a questi valori. La ricerca di un mondo più democratico è entrata in conflitto con l’inviolabilità dei confini (non solo con quelli territoriali), con il rispetto della sovranità degli Stati e con il principio di autodeterminazione dei popoli. In altre parole, è nato un conflitto tra sistemi, come ha fatto intendere il presidente cinese il 1° dicembre scorso, ricevendo il presidente del Consiglio europeo, quando ha sottolineato che la Cina non cerca di espandersi e non vuole esportare il proprio sistema in altri Paesi.
Il terzo motivo dell’attuale situazione di crisi nei rapporti tra Occidente e resto del mondo è costituito dalla asimmetria tra economia e politica: l’economia e i commerci uniscono il mondo; le istituzioni e le culture lo dividono. Il sogno kantiano (1795) che i commerci e l’interesse reciproco degli Stati da questi attivato potessero essere utili ad unire il mondo si è rivelato irraggiungibile. Relazioni amichevoli tra gli Stati, democrazia, pace, diritti dell’uomo sono entrati in conflitto tra di loro e con il principio di auto-determinazione dei popoli.
A tutto questo si aggiunge un elemento interno, che riguarda la Federazione russa. Questa, come osservato brillantemente da Orlando Figes, nel suo libro sulla storia della Russia (The Story of Russia, Bloomsbury, 2022), è rimasta prigioniera di un ciclo, che si ripete della sua storia: due volte, nel XX secolo, nel 1917 e nel 1991, lo Stato autocratico è entrato in crisi, ma solo per rinascere in altra forma.
Concludo: servono leader che riescano ad affermare e far attuare nel mondo un minimo di regole per assicurare pace, tutela dei diritti, relazioni amichevoli e consentire, nello stesso tempo, rispetto delle diversità.

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