Gli errori e i punti deboli dei regimi «forti» che governano in Russia e in Cina

L’ Arco degli Autocrati — così il primo ministro australiano Scott Morrison ha definito la partnership tra Vladimir Putin e Xi Jinping — sta creando disgrazie. I due presidenti definiscono il loro rapporto una «amicizia senza limiti» e in effetti sembra che i disastri che producono non abbiano confini. È una caratteristica che li lega. Questi supposti uomini forti, però, sono uniti anche dal compiere errori stupefacenti: lo vediamo in questi giorni, in Ucraina, in Russia, a Shanghai. Il mix tra la pericolosità dei regimi autoritari e gli abbagli prodotti dalla superbia dei loro leader li sta pagando il mondo, ma sono anche il segno di una fragilità non da poco.
Da più di due anni, il pianeta è sotto la pressione del Covid-19 e ora a essa si è aggiunta l’angoscia per l’aggressione all’Ucraina. Non sappiamo se l’origine della pandemia sia stata una fuga dal laboratorio di Wuhan, Cina, o il passaggio da un animale all’uomo in un mercato della stessa città. Probabilmente, non lo sapremo mai se le autorità di Pechino non decideranno di fornire dati e testimonianze per un’indagine indipendente. Sappiamo però che per settimane i dirigenti politici cinesi, locali e nazionali, hanno cercato di tenere nascosto lo scoppio dell’epidemia. Sappiamo anche che nel frattempo non hanno preso le misure necessarie per contenerla, anzi l’hanno lasciata correre; che hanno represso i medici che denunciavano la situazione.
Errori, durante la pandemia, li hanno fatti tutti i governi. Ma sono la centralizzazione politica di tutte le decisioni rilevanti nelle mani del Partito comunista della Cina e la supponenza dei suoi leader, che ritenevano di potere nascondere l’accaduto, ad avere favorito l’esportazione del virus nel mondo. Sarebbe stato diverso se i primi contagi fossero avvenuti in un Paese nel quale la trasparenza è normalità; nel quale i medici vengono ascoltati e non costretti al silenzio come capitò nei primi giorni del 2020 al dottor Li Wenliang; nel quale la salute della popolazione viene prima della reputazione del regime. Quelle settimane perse a causa della censura di Stato hanno invece reso impossibile controllare la diffusione del coronavirus. O meglio: l’hanno resa controllabile solo con i lockdown feroci imposti poi da Xi quando ormai il Sars-CoV-2 aveva superato i confini della Cina ed era arrivato in Italia e in Europa. Fin qui, la pericolosità di uno Stato autoritario.
L’errore del presidente Xi e dei vertici di Pechino lo si vede invece in queste ore. Dall’inizio dell’epidemia, la politica imposta dalle autorità e portata avanti senza alcun cedimento è stata lo Zero-Covid, il tentativo di contenere anche il più minuscolo focolaio d’infezione con lockdown e misure drastiche. In linea con l’idea di Stato di polizia. Ora, però, la variante Omicron si sta diffondendo velocemente. Ventisei milioni di cinesi sono in lockdown a Shanghai: dal 1° marzo ci sono stati 130 mila casi in città. Secondo le autorità, non ci sono morti, ciò nonostante, le restrizioni sono draconiane, a differenza che in Europa e negli Stati Uniti, dove la pandemia è ora affrontata in altro modo. Ci sono proteste pubbliche e il premier Li Keqiang è preoccupato per gli effetti che le restrizioni provocano nell’economia e mettono a rischio l’obiettivo di crescita del Pil quest’anno, il 5,5% (già il più basso da decenni). Ora, la situazione a Shanghai sembra un po’ migliorare ma la società di analisi Gavekal Research stima che delle prime cento città cinesi per Pil, solo 13 non abbiano al momento imposto quarantene di qualche genere. Ciò nonostante, Xi non arretra dalla politica di Zero-Covid: è un suo fiore all’occhiello e non può permettersi di fare marcia indietro.
Sulla ferocia dell’aggressione di Putin all’Ucraina e sui suoi effetti tragici c’è poco da dire, parla da sola. Fatto sta che anche l’uomo solo al comando nel Cremlino ha infilato una serie di errori straordinari: dall’incomprensione dell’Ucraina allo stato dell’Armata russa fino alla reazione di Occidente e alleati. Addirittura, ha dato una spinta formidabile al sempre più probabile ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato: il contrario del suo obiettivo di indebolire l’Alleanza atlantica. Ora, cerca di cambiare gli obiettivi per presentare conquiste parziali come una vittoria. Ma, fondamentalmente, non può liberarsi degli sbagli di giudizio che ha compiuto e non può rinnegare sé stesso, deve insistere nella politica di aggressione: se tornasse indietro, sarebbe la fine del suo dominio sul potere in Russia.
Non è solo la geopolitica a sostenere la partnership tra Putin e Xi. Quella conta, entrambi vogliono indebolire l’Occidente e creare un ordine mondiale disegnato sui modelli autoritari. I due sono anche uniti, intimamente, da una delle caratteristiche di questi modelli: a differenza che nelle democrazie, quando un autocrate fa un errore è quasi impossibile correggerlo fino a quando resta aggrappato al potere, spesso a lungo, e va a sbattere. Per quanto i despoti si reputino forti, è per questo che le democrazie, le quali si autocorreggono, alla fine sono più forti.

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