Fonte: Corriere della Sera

di Angelo Panebianco

Il problema attuale è come uscire dallo stallo in modo che nessuna delle forze politiche in campo possa avvantaggiarsi troppo dalla gestione dei finanziamenti europei in arrivo


C’è un interrogativo inespresso che dà il senso di questa crisi di governo. Ed è anche parte essenziale del rebus che il presidente della Repubblica deve cercare di risolvere in queste ore. L’interrogativo è il seguente: come ottenere un disarmo bilanciato e simmetrico tale per cui nessuna delle forze politiche in campo possa avvantaggiarsi troppo dalla gestione dei fondi europei in arrivo? È evidente che tutti, potendo, vorrebbero controllare quei fondi. Chi disporrà di quei fondi infatti potrà ottenere grandi vantaggi: di immagine ma anche di benefici materiali per i propri elettori attuali e potenziali. Ciascuno, come è naturale, preferirebbe gestirli in proprio o, per lo meno, compartecipare alla gestione. Può essere indotto a rinunciarvi solo in un caso: se si convince che anche gli altri non possano avvantaggiarsene.
Federico Fubini (Corriere, 25 gennaio) ha notato il grande paradosso delle concitate giornate che hanno preceduto le dimissioni di Conte. Il casus belli che aveva innescato la contestazione di Matteo Renzi e la sua decisione di lasciare la maggioranza ruotava intorno alla questione del Recovery fund: a chi spetta di distribuire e controllare i 209 miliardi in arrivo, e con quali modalità, alla luce di quale piano di investimento? Paradossalmente, tanto il primo ministro uscente quanto i leader del Pd e dei 5 Stelle hanno mantenuto nei giorni scorsi, su questo argomento cruciale, il più rigoroso silenzio. È evidente che il retropensiero di quelli che tacevano era che, se si fosse superata in qualche modo la crisi raccogliendo transfughi qua e là, quei fondi avrebbero potuto essere gestiti, con discrezione e in piena autonomia, da Palazzo Chigi presumibilmente in accordo con i vertici dei 5 Stelle e del Pd.
Ma si è trattato di un calcolo sbagliato. Per ragioni interne (l’impossibilità di raccogliere una maggioranza che permettesse al governo di fare a meno di Renzi). Ma anche per ragioni esterne. Su Roma, infatti, sono puntati, con comprensibile preoccupazione, gli occhi dell’Europa: ciò era ed è ben presente al capo dello Stato. Di sicuro egli solleverà l’argomento in tutte le consultazioni che accompagneranno la crisi di governo in atto.
Immaginando che le elezioni anticipate restino, come sono ancora in questo momento, un esito improbabile, due sono gli sbocchi possibili della crisi. L’eventualità peggiore è un governo-fotocopia, un Conte ter con gli stessi ministri di oggi e solo con qualche avvicendamento per dare spazio ai transfughi venuti in soccorso dell’esecutivo. Sarebbe un governo debole, null’altro che una minestra riscaldata. Per giunta, con numeri risicati. Il contrario di quella soluzione di alto profilo da più parti invocata e chiaramente ricercata dal Quirinale.
La seconda eventualità è un governo (sia esso guidato da Conte o da un altro) in grado di offrire alle forze politiche che dovrebbero sostenerlo solide garanzie — questo è il vero problema — in merito a un uso non sfacciatamente partigiano dei fondi europei.
Le democrazie parlamentari «difficili», come è sempre stata la nostra, hanno dovuto inventarsi, nel corso del tempo, soluzioni fantasiose per riuscire a stare a galla nei momenti più difficili: forse, chissà?, servirebbe un governo «della non sfiducia», magari guidato da un politico esperto ma con tecnici di alto profilo alla testa dei principali ministeri. Meglio sarebbe se il candidato primo ministro fosse anche in grado di presentare un piano (che comunque dovrà essere presto inviato alle autorità europee) su come verranno impiegati i fondi. Dovrebbe essere, in primo luogo, un piano che escluda la possibilità di usi assistenziali o clientelari delle risorse europee. Si tratta di rassicurare i partiti (appartenenti presumibilmente sia alla maggioranza che all’opposizione uscenti) sul fatto che nessuno di essi potrà sfruttare l’occasione per trarne immediati vantaggi a spese dei concorrenti. Dovrebbe essere questa la base per permettere ai gruppi politici che ci staranno di stipulare un patto (tacito) di non aggressione, un accordo di disarmo. Il piano dovrebbe anche, contemporaneamente, rassicurare Bruxelles e i nostri partner europei.
Naturalmente, non bisogna essere ingenui. Non è che, in questo modo, la politica cesserebbe di avere voce in capitolo, non è che la gestione dei fondi diverrebbe solo una faccenda «tecnica». No di certo. Resterebbero aperti i grandi nodi politici: come ripartire fra Nord e Sud i fondi per la ripresa economica? Come vincere le inevitabili resistenze laddove si intendesse sfruttare questa occasione per rendere meno inefficienti amministrazione pubblica, organizzazione giudiziaria eccetera? O ancora, come gestire, nell’amministrazione dei fondi, l’ormai complicatissimo rapporto fra centro e periferia, fra governo centrale e amministrazioni regionali e locali? La lotta politica, ovviamente, non cesserebbe in presenza del suddetto eventuale governo (più o meno tecnico) della «non sfiducia». Ma un esecutivo autorevole potrebbe comunque essere in grado di trovare ragionevoli compromessi non di basso profilo e comunque accettabili per le forze politiche disposte a sostenerlo.
Insomma, serve di nuovo, come altre volte nella storia della Repubblica, qualcuno con il profilo giusto per fare il «salvatore della Patria». Un lavoro duro, difficile, spesso ingrato. Nonché precario e a tempo determinato (un anno, due al massimo). Cincinnato cercasi.

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