Se mai si arriverà a negoziati si tratterà di trovare un difficile equilibrio fra l’esigenza di garantire la pace in Europa e quella di non negare i diritti di un popolo ferocemente aggredito

Non è ancora finita, e i colpi di coda potrebbero essere terribili, ma al momento Davide, come l’abbandono russo di Kherson testimonia, sta sconfiggendo Golia. Grazie alla volontà degli ucraini di difendersi e al sostegno occidentale. Un sostegno che, dalle nostre parti, in tanti, senza riuscire, almeno fino ad ora, nel loro intento, avrebbero voluto far cessare. Anche questa guerra, come tante altre vicende, testimonia del fatto che le società occidentali si trovano in una condizione paradossale. Da un lato, valorizzano al massimo l’importanza e la dignità delle persone garantendo loro una vasta panoplia di diritti individuali. Dall’altro lato, sono anche società in cui vengono elaborate e ampiamente diffuse concezioni della vita associata e della storia umana che tolgono valore ai singoli, alle persone in carne ed ossa. Con la conseguenza di negare o dimenticare proprio le ragioni che rendono possibile, qui, da noi, l’esistenza di quei diritti individuali. Nelle versioni (apparentemente) più sofisticate si tratta di concezioni per le quali contano solo le «strutture» – sociali, economiche, eccetera- che avvolgono gli individui, li plasmano e , di fatto, li svuotano di ogni volontà propria. Nelle versioni più rozze, quegli individui sono pupazzi, burattini o pulci ammaestrate, nelle mani di «poteri forti», anzi fortissimi (le grandi potenze, la Nato, le multinazionali, il mostro denominato capitale finanziario, eccetera).
Non si tratta, si badi, di concezioni che restano chiuse in circoli intellettuali ristretti. No, inondano la comunicazione pubblica, arrivano ovunque. I tanti che pensano che nella guerra in Ucraina l’unica cosa che conti davvero sia il braccio di ferro fra la Nato e Putin, lo vogliano o no, considerano irrilevanti le idee e le volontà delle persone comuni, le trattano, per l’appunto, come burattini o pulci ammaestrate. Naturalmente, l’inconsistenza di queste posizioni è dimostrata dal fatto che mai i loro sostenitori si sognerebbero di pensare a se stessi in quei termini: i burattini sono soltanto gli altri.
Queste concezioni hanno pesato sul modo in cui una parte dell’Europa, minoritaria ma tutt’altro che irrilevante, e comunque assai visibile e vociante, è stata presente nella comunicazione pubblica fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina e conteranno, forse ancora di più, nella prossima fase del conflitto. Le armi dei Paesi occidentali non sarebbero servite a nulla se gli ucraini, le persone comuni, non avessero deciso di resistere, di difendere se stesse, i propri cari, la propria libertà, il proprio Paese. Hanno trovato — come a volte, fortuitamente, accade nella storia — un leader (e il suo entourage) all’altezza della sfida. Ma Zelensky non avrebbe potuto fare nulla se gli ucraini non avessero scelto di seguirlo in una resistenza che all’inizio sembrava disperata, senza possibilità di vittoria. Una volontà di resistenza a cui si contrapponeva — dato che le persone, per l’appunto, non sono semplici pedine nelle mani dei potenti — l’assenza di motivazione dei soldati russi ai quali risultava incomprensibile perché fossero lì ad uccidere e a morire.
Come ai tempi dell’intervento americano in Vietnam o dell’invasione russa dell’Afghanistan, a fare la vera differenza non sono gli aiuti esterni — che ci sono sempre stati — ma la forza o la debolezza delle motivazioni e delle convinzioni dei combattenti (da una parte e dall’altra), nonché dei gruppi umani coinvolti. Ciò spiega perché, talvolta, Davide riesca a sconfiggere Golia.
Questa però non è solo una riflessione sul passato. Riguarda anche il presente e il futuro. Tra poco diventeranno sempre più insistenti in Europa le voci di coloro che accuseranno Zelensky di essere ingordo e arrogante, di volere troppo (il ritorno ai confini di prima dell’invasione della Crimea). È evidente che la comunità internazionale deve fare tutto il possibile per evitare che dalla guerra in Ucraina si passi a una conflagrazione generale. Un rischio dovuto al fatto che gli autocrati non possono accettare facilmente le sconfitte in guerra. Perderebbero, prima o poi, il potere, il che spesso significa, in quel tipo di regimi, perdere anche la vita. La stessa sorte toccherebbe ai fedelissimi dell’autocrate. Ma è altrettanto evidente, o dovrebbe esserlo, che Zelensky non è solo, deve rispondere a un popolo che è passato attraverso una prova terribile, i cui lutti e le cui sofferenze non possono essere cancellate con un colpo di spugna. Altro che «scurdammoce ‘o passato». L’odio per l’invasore non si placherà. Come non si placherebbe quello di chiunque altro avesse vissuto una vicenda simile. Fosse pure un certo tipo di pacifista nostrano.
Se mai si arriverà a negoziati si tratterà di trovare un difficile equilibrio fra l’esigenza di garantire la pace in Europa e quella di non negare i diritti di un popolo ferocemente aggredito. Un effetto collaterale di questa guerra — se davvero alla fine la Federazione russa risulterà sconfitta — sarà, plausibilmente, la fine delle estese simpatie di cui ha goduto in Europa Putin, «l’uomo forte», quello capace di tenere testa agli americani. L’insuccesso distrugge la popolarità. Naturalmente, resti o meno Putin al potere, poiché è poco probabile che la Russia diventi una democrazia, la sua pericolosità per l’Occidente, e specificamente per l’Europa, non diminuirà. Ma, per lo meno, il principale «eroe» e campione dell’anti-occidentalismo agli occhi degli anti-occidentali nostrani, perderà capacità di attrazione.
Certamente, al suo posto, verranno individuati, prima o poi, nuovi eroi. I dirigenti cinesi? Dalla Cina verrà certamente una sfida assai pericolosa e insidiosa per le società occidentali. Ma non è probabile che Xi Jinping finisca per godere in Europa della stessa popolarità di cui ha goduto Putin: il salto culturale è troppo forte. Però i nemici nostrani delle società occidentali possono tranquillizzarsi. Non resteranno a lungo a corto di eroi. Verrà certamente fuori, da qualche parte, prima o poi, un altro nuovo campione dell’anti-occidentalismo. Anche lui teso a dimostrare che siamo tutti pupazzi (tranne lui e quelli che credono nella sua causa) alla mercé di forze diaboliche. Magari, in seguito, un imprenditore fiuterà il business e, come accadde con Che Guevara, si metterà a produrre magliette con l’effigie dell’eroe. Alcuni di coloro che le indosseranno penseranno di fare un gesto di ribellione nei confronti della società aperta occidentale. Invece, contribuiranno a rinnovarne i fasti.

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