La sostanziale tenuta del centrodestra e del Pd non giustificano fibrillazioni tali da mettere in difficoltà l’esecutivo

Seppur con le caratteristiche di un voto amministrativo, in cui la gente cerca essenzialmente buoni amministratori, questa consultazione elettorale un segnale politico l’ha però dato. Si potrebbe dire che ha premiato la coerenza e punito l’ambiguità. Le forze politiche che provano a stare un po’ di qua e un po’ di là, come la Lega di Salvini e i Cinque Stelle di Conte, che sostengono il governo ma gli mettono i bastoni tra le ruote ogni volta che possono, escono sonoramente ridimensionate. Clamoroso su fronte leghista è il caso di Verona. Dove non solo il sindaco uscente del centrodestra arriva al ballottaggio da secondo, battuto dall’exploit di Damiano Tommasi, candidato anomalo e civico di una grande coalizione di centrosinistra; ma addirittura l’ex Carroccio, in Veneto la più potente macchina elettorale dai tempi della Dc, è accreditato di un misero 6%, quasi la metà del risultato di Fratelli d’Italia, e cede molti consensi all’ex sindaco e transfuga Tosi.
Il partito della Meloni sembra anzi stabilmente e ovunque avanti al partito di Salvini. P are che la disputa sulla leadership del centrodestra sia stata per il momento risolta dal voto di domenica: nei comuni in cui si è votato, Fratelli d’Italia è il primo partito della coalizione. E però neanche Giorgia Meloni stravince, come si vede proprio a Verona, dove il sindaco uscente era un suo uomo. Né andare da sola altrove le ha particolarmente giovato. Il suo è quasi un sorpasso all’indietro: la Lega perde così tanto da farsi scavalcare
Le trasformazioni in atto nel voto del centrodestra, accoppiate al flop del referendum sulla giustizia che Salvini aveva quasi «scippato» ai radicali per farne una battaglia politica di prima grandezza, apriranno certamente un confronto nella Lega, anche se riservato e misterioso, come nella tradizione di quel partito. Accettare di perdere la guida del centrodestra a vantaggio della Meloni, anche in caso di federazione con il partito di Berlusconi, sarebbe la fine dell’epoca salviniana, la crisi definitiva del progetto di partito nazionale a trazione personalistica. D’altra parte, il centrodestra non può dirsi affatto sconfitto nel complesso. Dei quattro capoluoghi di regione, tre sono suoi: Palermo (strappato alla sinistra), Genova e L’Aquila. E l’altro, Catanzaro, può diventarlo al ballottaggio perché, nonostante le divisioni, il suo candidato è nettamente primo. Però i rapporti di forza sono rivoluzionati dall’ascesa di una leader di destra, e non si capisce come questo possa essere compatibile con la crescita dei centristi, addirittura determinanti nei successi dei tre capoluoghi e nella conquista del ballottaggio a Catanzaro. I voti delle varie componenti non si sommano più così agevolmente, e Berlusconi non li federa più. Che cosa sarà il centrodestra tra un anno è insomma un vero enigma.
Bisognerebbe ora fare una valutazione del risultato della coalizione di centrosinistra. Ma in effetti quell’alleanza, altrimenti detta «campo largo», in pista non s’è neppure vista, se non con qualche eccezione come Lodi, città strappata alla Lega. Il Pd ha tenuto bene le sue posizioni, a conferma del fatto che la coerenza nel sostegno al governo ha pagato. Ma il suo problema è che l’ipotetico alleato Cinque Stelle non porta più abbastanza voti da consentirgli una competizione col centrodestra. L’insuccesso della prima prova elettorale di Conte dice a Letta che non ha più una coalizione. Anzi, il risultato del candidato di Calenda a L’Aquila, che se la gioca con Pd e centrosinistra, fa pensare che la politica del rifiuto di ogni accordo con Conte cominci ad avere una sua valenza e proiezione nazionale; e che forse serve un altro centrosinistra, più centro che sinistra. Del resto, anche Damiano Tommasi, l’«eroe» di Verona, è un centrocampista.
La domanda di prammatica in queste occasioni è: questo voto indebolisce o rafforza il governo? Dubitiamo che gli elettori abbiano scelto pensando alla guerra o al salario minimo. Però è un dato di fatto che i due leader più acrobatici su Ucraina e spesa pubblica e più critici col governo, Conte e Salvini, oggi non cantano vittoria. Che i movimenti centristi della cosiddetta «area Draghi» hanno mostrato di esistere elettoralmente. E che la sostanziale tenuta del centrodestra e del Pd non giustificano fibrillazioni tali da mettere in difficoltà l’esecutivo e la sua maggioranza. Si direbbe che, dopo il voto di domenica, l’unico vero elemento di instabilità politica possa venire da una crisi interna della Lega, se e quando si aprirà.

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