Presto chi vuole tenere Draghi a Palazzo Chigi dovrà dire come intende eleggere un presidente che abbia il consenso necessario

Naturalmente, lo fanno tutti «per il bene del Paese». E però, dietro questo mantra che unifica spezzoni sempre più disparati del nostro mondo politico, da Giuseppe Conte a Silvio Berlusconi a buona parte del Pd, e che stima così tanto Mario Draghi da volerlo tenere dov’è fino al 2023, anzi al 2030, anzi forse per sempre, è difficile non sentire puzza di bruciato. Soprattutto perché il coro e i suoi corifei hanno cominciato a cantare a metà ottobre, troppi mesi prima della scadenza di Sergio Mattarella.
Naturalmente, ognuno ha una buona ragione, di parte o personale, per puntare su un altro inquilino per il Colle. C’è chi ci spera per sé, chi si dispera per la paura di elezioni anticipate, e chi vorrebbe piantare un nuovo ulivo nei giardini del Quirinale. È più che legittimo. Come in conclave, il Parlamento a camere riunite sarà sovrano, anche se è lecito dubitare che si lascerà ispirare dallo Spirito Santo.
Ma il sospetto è che, più dell’ipotesi di Draghi al Quirinale, i partiti comincino a temere proprio Draghi e la sua leadership. Come del resto è visibile in quella specie di piccola guerra corsara che attacca ora la soluzione per l’Alitalia, ora la sistemazione dei superbonus, ora la legge di bilancio, ora il prolungamento dello stato d’emergenza, ora le liberalizzazioni e le concessioni balneari. Il coro dice: Draghi resti al governo. Ma poi non dice che trattamento riserverà al governo Draghi dopo, nell’anno elettorale, quando partirà la caccia al voto e l’assalto alla diligenza.
Per sedurre i parlamentari, il coro promette la prosecuzione della legislatura. Ed effettivamente un’interruzione anticipata potrebbe avere effetti negativi su calendario e tempistica degli investimenti europei. Ma quelli che oggi cantano le lodi della stabilità dovrebbero di conseguenza impegnarsi a non spaccare la maggioranza nella gara del Quirinale. Spetta a loro fare in modo che, Draghi o non Draghi, il presidente venga eletto da uno schieramento ampio almeno quanto quello che oggi sostiene il governo. Perché se così non sarà, se il nuovo capo dello Stato uscirà invece da una lunga e cruenta battaglia parlamentare, qualcuno può veramente credere che il giorno dopo i partiti si rimettano a lavorare tutti insieme, pancia a terra, come se niente fosse? L’elezione di Mattarella mandò in frantumi il patto del Nazareno. Ma allora almeno c’era un regista politico a Palazzo Chigi, il capo della maggioranza. Stavolta un regista non c’è, ma in compenso il Parlamento è ben più spappolato, imprevedibile, senza un centro di gravità permanente.
D’altra parte, il coro dovrebbe lasciarsi guidare dalla Costituzione, nella quale può trovare una precisa «job description» del lavoro di presidente, che non è una mera carica onorifica. E cioè l’elenco delle cose che ci si aspetta da chi viene chiamato al servizio della Repubblica.
Il primo «skill» richiesto è quello di «rappresentare l’unità nazionale» (così comincia l’articolo 87). Il che vuol dire una cosa ben precisa: il presidente non deve dividere il Paese. Deve anzi esserne il collante, e per poterci riuscire è richiesto che sia il più possibile super partes, presidente di tutti, perché da tutti riconosciuto come rappresentante della nazione. Questo è vero al punto tale che quasi sempre la scelta si è indirizzata verso personalità di primo piano sì, ma più istituzionali che politiche, come Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro. Nella seconda Repubblica poi, quando il gioco politico si è fatto bipolare, la scelta è caduta su figure addirittura senza partito, oppure ormai lontane dal proprio partito, da Carlo Azeglio Ciampi a Napolitano e Mattarella.
Proprio per garantire l’imparzialità di un «potere neutro», capace di moderare il sistema e temperare le tensioni tra gli altri poteri, la Costituzione suggerisce di cercare una maggioranza dei due terzi nelle prime tre votazioni, e comunque prescrive una maggioranza qualificata anche nelle successive: il prescelto avrà infatti il comando delle forze armate, la presidenza del Csm, il potere di sciogliere le Camere, di dare l’incarico per formare il governo e di nominare i ministri. Tutti compiti che si svolgono tanto meglio quanto più largo è il fronte parlamentare che ha eletto il presidente, dandogli la forza, oseremmo dire la grazia di stato, per compiere il suo lavoro con saggezza e prudenza.
Verrà dunque presto il momento in cui il coro che vuole tenere Draghi a Palazzo Chigi avrà anche l’onere di dire come intende portare al Quirinale un presidente che abbia il consenso necessario per svolgere al meglio il lavoro richiesto dalla Costituzione. Naturalmente di personalità adatte ce ne sono diverse, per nostra fortuna; non molte, ma ci sono. E però prima e più che il nome, ciò che conta oggi è impegnarsi sul metodo. Soprattutto da parte di chi dichiara di muoversi «per il bene del Paese».

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