Mentre il dialogo ne è la condizione di base: rappresenta la pluralità delle visioni, consente di dividersi senza farsi la guerra e di dissentire confrontando le idee

Il monologo è la malattia senile del pluralismo. Mentre il dialogo è la condizione sine qua non della democrazia; perché rappresenta la pluralità delle visioni, consente di dividersi senza farsi la guerra, e di dissentire confrontando le idee. In una parola il dialogo ci induce a metterci nei panni dell’altro.
Il monologo si addice invece al plebiscito, all’uomo/donna solo/a alcomando, che parla e gli altri ascoltano, alla fine applaudono. Il monologo è unidirezionale, non interattivo, potenzialmente tirannico: non a caso il più famoso monologo nella storia del cinema è quello di Charlie Chaplin nel Grande Dittatore.

Il monologo può essere di due tipi. Il primo, detto anche «sanremese», si limita strettamente a statuire l’ovvio, in modo che nessuno possa obiettare alcunché; per esempio «essere donne non è un limite» di Chiara Ferragni.
Il secondo genere, noto come «monologo berlusconiano», contiene al contrario affermazioni assolutamente contestabili, per esempio «Zelensky ha attaccato il Donbass», ma non confutabili per l’assenza di contradditorio, così che qualcuno possa crederci davvero.
Il monologo, in entrambe le fattispecie, è la forma perniciosa che da tempo ha assunto il dibattito pubblico nel nostro Paese. Un tempo in tv si portava il dialogo, da Costanzo a Minoli. Ora ha prevalso lo stile dei «social», nei quali nessuno parla con l’altro, ma tutti si parlano l’uno sopra l’altro.
Il monologo si adatta poco alla democrazia, e anzi la corrompe dall’interno, educando il demos alla retorica e trasformandolo da protagonista in spettatore. Ma per questo si addice perfettamente allo spettacolo. Ora che Vauro ha detto di aver avuto voglia di baciare in bocca Berlusconi mentre ascoltava il suo monologo pro-Putin, forse si potrebbe organizzare un «momento Fedez», l’anno prossimo a Sanremo

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