Rischia di andare in frantumi la trasparenza, qualità principale di un progetto condiviso. Ora è importante che dopo qualche incertezza iniziale venga compiuta un’operazione di pulizia totale anche nella famiglia socialista europea

L’Europa che è stata costruita, realizzando obiettivi un tempo inimmaginabili come la nascita di una moneta unica e l’abbattimento delle frontiere interne, sta affrontando una tempesta che rischia di travolgerla. Non è il caso di minimizzare, ma di cercare i rimedi. Il Qatargate obbliga a ripensare tutto, perché manda in frantumi la qualità principale di un progetto condiviso: la trasparenza. Se viene meno la trasparenza tremano i valori democratici. Se entrano in crisi i valori democratici non c’è niente di scontato nel futuro di tutti.
I sacchi trovati nell’appartamento della vice presidente del Parlamento europeo, la socialista greca Eva Kaili (mentre la tela della corruzione si allarga di giorno in giorno, con l’ex eurodeputato del Pd e di Articolo 1 Antonio Panzeri nella parte apparente di protagonista, rivelando la malattia di una delle grandi famiglie politiche che questo progetto hanno contribuito a realizzare) contengono dinamite, non solo denaro. Quanto è accaduto è ancora più grave perché intacca contemporaneamente la visione dei padri fondatori , il funzionamento delle istituzioni e la percezione dei cittadini.
Con tutte le sue difficoltà e le sue incompletezze, l’Europa di oggi fa parte del nostro modo di vivere. Se ne rende conto in realtà anche chi la combatte o la critica sfruttando il vento della propaganda anti-regole che può attirare di volta in volta settori (che non sono maggioritari) delle opinioni pubbliche. L’Europa è indispensabile. Senza di lei qualsiasi emergenza sarebbe stata e sarebbe più distruttiva.
Se tutto questo è vero, tanto più è arrivato il momento di compiere una profonda, radicale autocritica. Abbiamo abbassato la guardia. Non ci siamo accorti che il nemico, più che la burocrazia normativa, era la burocrazia politica. Non abbiamo compreso quanto stava accadendo, con la vista annebbiata proprio dalla cognizione della irreversibilità di tutto quello che è realizzato. Invece di interrogarci sul ruolo del Parlamento europeo, ormai stanchi della annosa battaglia per accrescerne le prerogative, abbiamo assistito in silenzio al suo logoramento. Le sue vetrate sono diventate oscure.
I virus contenuti (e combattuti) nella politica dei Paesi membri hanno avuto vita facile per moltiplicarsi. E la loro pericolosità è stata amplificata dal confronto con l’aggressività del mondo esterno, il mondo — per intenderci — che produce i corruttori. Ma i corruttori hanno bisogno dei corruttibili e i corruttibili approfittano, come in questa vicenda, della assenza di meccanismi di verifica e di controllo politici delle loro azioni. Sentire dire che «a Bruxelles tutti sapevano» rende quanto sta accadendo ancora più intollerabile.
Oltre a mettere in discussione le nostre certezze sull’Unione europea e a costringerci a riflettere più in generale su una intelaiatura pensata quando le sue dimensioni erano ben più ridotte e sui suoi meccanismi ormai superati (quanto si è discusso senza risultati decisivi, per esempio, sull’estensione del voto a maggioranza?), il Qatargate solleva questioni ineludibili, ormai epocali, sulla selezione del personale politico e sulla scelta dei rappresentanti dei cittadini. Provare a cambiare, pur essendo molto difficile, sarà vitale.
Che i partiti non riescano a esprimere non solo una classe dirigente ma candidati credibili per la loro leadership o per il lavoro nelle istituzioni e a livello locale, non è una novità. Da noi come altrove. Ma l’Assemblea di Strasburgo, come ci piace chiamarla, ha subito in particolare le conseguenze di questa incapacità. Sarebbe troppo lunga la lista di eletti indicati per le ragioni più sbagliate — dalla popolarità effimera all’insuccesso in elezioni nazionali, dalla necessità di essere «collocati» alla compensazione per meriti conseguiti — e non per le semplici ragioni della competenza e dell’onestà. Si è creata così, come dicevamo, una burocrazia politica, non priva tra l’altro di privilegi, che si è alimentata dei giochi di palazzo simmetrici alle polemiche nazionali, o che peggio ancora si è dimostrata disponibile alla corruzione e al malaffare. Altrettanto assurdo, ma coerentemente con questa crisi di funzione, è il fatto che all’interno dei gruppi politici e parlamentari non ci sia la possibilità o la volontà di verificare, fin dai primi segnali negativi (che qui non mancavano, va ammesso), la correttezza dell’operato dei singoli.
Non vogliamo credere, però, che la piaga della corruzione si sia allargata in maniera letale in tutta la famiglia socialista europea. Ci auguriamo che dopo qualche incertezza iniziale venga compiuta un’operazione di pulizia totale. Certo, in uno scenario dove è forte la minaccia alla vita stessa dell’Unione di ideologie illiberali come quella dell’Ungheria di Orbán, è amaro notare che le battaglie per i diritti umani e lo Stato di diritto che hanno contraddistinto l’impegno dello schieramento progressista si trovano di colpo messe in ombra — se non oggettivamente sconfessate — da un’attività criminosa, lautamente e illegalmente ricompensata, in direzione totalmente contraria. All’interno del mondo della sinistra democratica, in ogni caso, c’è stata e c’è troppa tolleranza verso l’affarismo. La questione morale di cui parlava Enrico Berlinguer è ormai un oggetto del passato. E se ne vedono i risultati. Il paradosso più terribile è che ne sta facendo le spese l’Europa.

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