I dem dovrebbero riscoprire un minimo di orgoglio di partito, non proporre al Paese un’idea di democrazia che non riescono a far funzionare neanche al proprio interno

Non per sparare sulla Croce Rossa, ma anzi proprio per il rispetto che si deve al ruolo che in democrazia rivestono i partiti, ci sentiamo di rivolgere un appello «alle donne e agli uomini del Pd». Così sono soliti chiamarsi tra loro i militanti di questa forza politica, per enfatizzare ciò che considerano un aspetto cruciale della loro «diversità» democratica.
Essi si ritengono infatti u na «comunità» di uguali che scelgono liberamente i propri capi, e non ne sono sudditi; gli unici discendenti della tradizione dei partiti di massa, e perciò i soli in Italia a portare ancora l’onorato nome di «partito»; gli eredi legittimi di grandi famiglie politiche che in Europa ci sono tuttora, ma qui non più; una vera e propria scuola-quadri della Repubblica, capace di selezionare il miglior ceto di governo nazionale e locale. Fino allo «scandalo Qatar» non era insolito che si vantassero anche della loro superiorità etica.
Molti di questi attributi non sono campati in aria. Ma se la storia degli ultimi anni li ha già fortemente ridimensionati, le vicende degli ultimi giorni rischiano di cancellarli del tutto, trascinando il Pd davvero a un punto di non ritorno.
È emblematico ciò che sta accadendo intorno alle «regole» per la scelta del nuovo segretario. Il Pd è un partito innamorato delle regole. Le vorrebbe in ogni campo dell’agire umano. La sua idea di società è fatta di regole. Nella convinzione antica che solo con quelle si possa raddrizzare il «legno storto dell’umanità».
Eppure, per l’ennesima volta, è scosso da una battaglia per cambiarle all’ultimo minuto nella sua vita interna. Il che vuol dire che quelle «regole» sono scritte sull’acqua, e che si possono modificare quando si vuole, previo accordo tra i capi delle correnti. In un partito che si chiama «democratico» dovrebbero servire a proteggere il singolo militante, per evitare che venga trasformato in massa di manovra. Se chi ha il potere può cambiarle con tanta facilità, è solo a danno della «base», sempre più percossa e attonita, che questo può avvenire.
Senza contare l’effetto che tutto ciò produce su chi del Pd non fa parte, ma magari l’ha votato, potrebbe votarlo, o lo voterà ancora. È marziano, e anche sgradevole visto ciò che sta succedendo in Italia e in Europa, un partito che si occupa per settimane della data delle primarie, essendosi accorto in articulo mortis che il congresso che doveva essere di rinascita rischia di essere di sconfitta, per la coincidenza con le elezioni in Lombardia e Lazio. Così come è sorprendente (e sospetta) l’ingenua scoperta, a un mese dalla consultazione nei gazebo, delle virtù democratiche del voto on line, sette anni dopo il lancio della piattaforma Rousseau.
Ecco perché ci sentiamo di ripetere l’appello che già qualche tempo fa rivolgemmo ai dirigenti del Pd: smettetela. Smettetela di occuparvi del vostro ombelico, perché così riducete la politica a lotta interna per il potere, e la vostra presunta diversità va a farsi benedire. Smettetela perché così finite con il dare ragione a chi aborrisce la forma-partito e le preferisce il partito patrimoniale, o a guida carismatica. Smettetela di dibattere su che cosa dovreste essere, quando da tempo non ci dite che cosa volete fare. Smettetela di eleggere con le primarie aperte a tutti il vostro segretario di partito, nella presunzione, ormai infondata, che si tratti anche del candidato alla premiership del Paese (o almeno, se volete continuare nella finzione, selezionate candidati più credibili in quel ruolo). Smettetela di proporre al Paese un’idea di democrazia che non riuscite a far funzionare decentemente neanche al vostro interno. Riscoprite l’orgoglio e un minimo di patriottismo di partito, invece di comportarvi come un amalgama di correnti, fazioni e gruppi di potere, interessati innanzitutto alla propria sopravvivenza, e su quell’altare disposti a sacrificare il bene comune.
E ricominciate a fare politica. Che non vuol dire urlare un po’ di più in Parlamento o inseguire la «nouvelle vague» della sinistra del «gratuitamente». Ma vuol dire organizzare battaglie nel Paese, selezionare e difendere interessi, strappare risultati, emendare leggi, e per far questo stringere alleanze, e inserirsi nelle contraddizioni dell’avversario per dividerne le fila.
Il Pd che va a congresso sembra convinto di aver perso le elezioni perché ha governato. In realtà le ha perse perché non aveva né le idee né le alleanze per governarlo. Bisogna ricominciare da lì.

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