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Da Parigi e Roma può venire impulso per mettere in grado l’Unione Europea di «riparare il mondo» dopo l’inaudita aggressione russa

Se è vero — come sembra, alla luce di un’emergenza bellica senza precedenti affrontata con sostanziale determinazione — che l’Europa ha riacquistato forza propulsiva e capacità di attrazione magnetica, è il momento di andare avanti. Le responsabilità non sono mai state così grandi: la guerra di Putin ha modificato l’orizzonte di un continente che non può più dedicarsi alla ricerca di se stesso (o, nel caso migliore, alla soluzione dei suoi problemi) ma deve, per così dire, costruire il futuro di tutti. Dentro e fuori i propri confini. Non esiste un’alternativa.
L a parola-chiave, in questo scenario, è «impulso». Per imprimere la direzione giusta alla storica svolta che la situazione internazionale ha reso necessaria servono solide radici nel patrimonio ideale che ha permesso le grandi conquiste degli scorsi decenni. Oltre, naturalmente, a capacità di leadership e autorevolezza. Tutte cose, queste, che attualmente si possono trovare a Parigi e Roma e molto meno di un tempo a Berlino, dove il cancelliere Scholz non ha la fermezza della donna che lo ha preceduto. Sulle ricette, certo, esistono anche differenze di percezione, ma queste sfumature diverse possono restare confinate nel quadro di una dialettica normale. E le ricette si possono modificare in corso d’opera tenendo conto degli ingredienti a disposizione.
A Emmanuel Macron e Mario Draghi (che si sono incontrati ieri sera all’Eliseo proprio per fare il punto e preparare il vertice europeo del 23 e 24 giugno) spetta insomma un compito fondamentale. Più che prendere la guida di un’Unione che non ha più bisogno di rapporti preferenziali, si tratta di provare a indicare la strada. Con la concretezza, nel loro caso, di chi è riuscito a inventare dal niente un partito e di chi governa con mano sicura pur senza avere un proprio partito alla spalle.
Sono due diversità che uniscono. La similitudine è che il presidente francese e il presidente del Consiglio italiano devono appunto combattere anche sul fronte interno. Il primo sta per affrontare il test elle elezioni legislative (in un Paese dove, come dice Michel Houellebecq, «i poveri votano per l’estrema destra di Marine Le Pen») e deve fare i conti con una sinistra, pilotata ora in tutto e per tutto dall’anticapitalista Mélenchon, ben più forte di quanto è emerso dalla corsa per l’Eliseo. Il secondo è costantemente alla prese con le fibrillazioni, spesso irresponsabili, di una maggioranza di governo che si è formata solo perché costretta dalle necessità.
Ma l’instabilità è una condizione ormai fisiologica di quasi tutti, se non tutti, i Ventisette membri del club con sede centrale a Bruxelles: per fare solo due esempi, il socialista Pedro Sánchez dirige da tempo in Spagna un esecutivo (che ha scongelato la sinistra di Podemos) sempre alla ricerca nei momenti cruciali dei voti in Parlamento, mentre il governo svedese, con la premier Magdalena Andersson ancora in grande difficoltà, ha evitato miracolosamente nei giorni scorsi una possibile rottura legata alle minacce del leader turco Erdogan sui curdi. E menomale, da un certo punto di vista, che sull’Ue non rimbalzano, da Londra, gli effetti delle disavventure di un incerottato Boris Johnson.
Se l’instabilità è la regola, il fattore umano è la variabile. E i valori comuni sono l’unico cemento che rende possibile qualsiasi costruzione. Da Parigi e Roma può venire impulso, sicuramente, per mettere in grado l’Europa di «riparare il mondo» dopo l’inaudita aggressione russa e per adeguare la casa comune all’impatto di chi bussa alle sue porte in un momento in cui chiuderle sarebbe doppiamente sbagliato. Allargamento all’Ucraina, in primo luogo (un compromesso è possibile tra i sostenitori di un «percorso rapido», come Draghi, e quelli di una maggiore prudenza, come Macron) e agli altri Paesi che hanno fatto richiesta, modifica dei Trattati per superare il principio dell’unanimità, difesa, questioni energetiche, finanziamento delle misure anti-crisi, nuovo Recovery Fund, politiche degli investimenti. Tutto è in qualche modo legato.
Già nel dicembre dell’anno scorso, in un articolo a doppia firma, il presidente francese e il premier italiano parlavano della necessità di «una strategia condivisa e completa per il futuro dell’Unione». Da allora molte cose sono successe, in primo luogo una guerra che sta segnando le coscienze di tutti. Proprio quanto sta accadendo in Ucraina è, nell’opinione di molti, anche un’opportunità perché l’Europa riformi se stessa. Siamo arrivati ai giorni decisivi per farlo.

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