Gli storici rapporti con Russia e Ucraina potrebbero creare una posizione favorevole per il premier Bennett, che ha già incontrato sia Putin sia Zelensky

C’è un unico leader che in questi giorni ha incontrato sia Vladimir Putin sia Volodymyr Zelensky, trattando con loro da pari a pari, non perché sia equidistante, ma perché riconosciuto da entrambi come interlocutore autorevole: è il premier israeliano Naftali Bennett. La mediazione israeliana non è soltanto una significativa pista diplomatica; è una suggestione politico-culturale preziosa, in un quadro oscuro come quello dell’aggressione russa all’Ucraina.
Israele è un piccolo Paese, ma dal grande prestigio militare; e questo per i russi è molto importante. I veterani dell’esercito sovietico ricordano con ammirazione le guerre arabo-israeliane, quando erano schierati con gli arabi, e furono testimoni della furia guerriera di Tsahal — in particolare delle truppe guidate da Ariel Sharon, che nella guerra del Kippur passarono il canale di Suez sulle zattere sotto i bombardamenti a tappeto dei Mig21 — e anche della spregiudicatezza dell’intelligence (gli uomini di Aman, i servizi militari, intercettarono e diffusero i dispacci razzisti con cui i consiglieri russi si informavano della rotta egiziana durante la guerra dei Sei Giorni: «I negri scappano». Il Cairo non gradì).
Israele può essere un ponte tra i due Paesi in guerra, l’aggressore e l’aggredito, e non solo perché quasi un milione di israeliani è di origine russa, e quasi mezzo milione ha radici ucraine. Zelensky — lo ha ricordato Fiamma Nirenstein sul Giornale — è ebreo. La leggendaria Golda Meir era nata a Kiev. Volodymyr Žabotyns’kyj, uno dei padri del sionismo — e dell’Irgun, formazione di spietati combattenti per l’indipendenza dagli inglesi — era di Odessa. Nell’Irgun militava anche un giovane bielorusso di Brest-Litovsk, Menachem Begin, che sarebbe stato il primo leader della destra israeliana a diventare capo del governo — e a fare la pace con l’Egitto —; mentre nella banda Stern combatteva un altro giovane bielorusso di Ruzany, Icchak Jaziernicki, divenuto premier con il nome di Yitzhak Shamir. Se è per questo, il primo presidente nella storia di Israele, Chaim Weizmann, era nato a Motal, vicino a Brest-Litovsk, e parlò per tutta la vita ebraico con accento russo. Lo stesso Sharon era figlio di ebrei bielorussi. E l’uomo-chiave della svolta nella politica israeliana, che ha mandato Netanyahu e il Likud all’opposizione, è il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, leader del partito degli israeliani russofoni, che però è nato in Moldavia: suo padre Lev, soldato dell’Armata Rossa, cadde prigioniero dei tedeschi; sopravvissuto ai lager, fu mandato da Stalin in Siberia.
Il cuore di Israele batte per l’Ucraina; ma la mente di Israele sa che non può rompere con Putin, le cui truppe — e i cui missili — sono in Siria, dall’altra parte delle alture del Golan. Putin è (o era) amico personale di Zeev Elkin, ministro israeliano dell’Edilizia, che è di Kharkiv, la città martire. E ha un buon rapporto con il rabbino capo di Mosca, rav Berel Lazar, che invano l’ha implorato di non fare la guerra, e ha lanciato ora un nobile appello: «Ogni giorno riceviamo informazioni dai nostri colleghi, i rabbini in Ucraina, su ciò che sta accadendo là. Sentiamo il dolore dei nostri fratelli, di tutti i cittadini dell’Ucraina, non importa a quale religione appartengano. Incoraggio tutti a pregare per la pace. Ma questo non basta. HaShem si aspetta da noi che ogni persona credente faccia tutto il possibile per salvare vite umane» (HaShem, in ebraico il Nome, è ovviamente Dio. In sostanza il rabbino si propone anch’egli come mediatore).
Ma l’interesse di Israele per la questione russo-ucraina non ha solo motivazioni spirituali o culturali. Un’escalation nucleare sarebbe esiziale per lo Stato ebraico. Pur disponendo della deterrenza atomica, e anzi proprio per questo, uno dei punti della dottrina militare e politica israeliana è evitare che l’arma nucleare proliferi e possa essere usata. Se il tabù sarà violato, Israele si sentirà meno sicura. Perché la Russia è in teoria la protettrice dell’Iran, che sogna la Bomba proprio per usarla contro Gerusalemme. Ma quando gli aerei israeliani sorvolano la Siria per volare nei cieli iraniani, i russi non muovono un dito. Se il prestigio militare e il know-how diplomatico di Israele servissero a disinnescare la mina russo-ucraina, sarebbe un successo storico, che nell’ottica dello Stato ebraico lenirebbe anche la ferita della questione palestinese, rimossa ma pur sempre aperta. Anche se Biden non è Obama, e — complice la caduta di Netanyahu — coltiva con Israele rapporti decisamente più distesi di quelli dell’ultimo presidente democratico.

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