Macron Draghi

Più si indebolisce l’alleanza occidentale a causa della perdita (relativa) di potenza degli Stati Uniti, più l’Europa è in difficoltà. Nessun processo di integrazione sovranazionale può avanzare se non è guidato da un pool di Paesi egemoni. Con il trattato italo-francese ci poniamo nella posizione giusta per fare parte di quel pool

È stato scritto che il trattato italo-francese appena firmato a Roma, oltre ad archiviare i recenti conflitti fra Italia e Francia, potrebbe preludere a un patto fra Germania, Francia, Italia. Sarebbe il primo passo verso quelle «cooperazioni rinforzate» di cui l’Europa ha bisogno per ottenere maggiore integrazione in campo economico-finanziario, della difesa europea, eccetera. Si spera che il divario (inevitabile) fra intenzioni e realtà non risulti troppo ampio. Soprattutto perché la cornice entro la quale si è sviluppata l’integrazione europea dopo la Seconda guerra mondiale, ossia il sistema delle alleanze occidentali, è sempre più in difficoltà.
Si osservi quanto sta accadendo al centro di quel sistema di alleanze: gli Stati Uniti. A pochi mesi dal suo insediamento, l’Amministrazione Biden è già fortemente indebolita. In caduta verticale di credibilità e prestigio tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. Sul piano interno le divisioni fra radicali e moderati nel Partito democratico che Joe Biden non riesce a controllare e il risicato margine di vantaggio dei democratici rispetto ai repubblicani in Senato ne compromettono la capacità d’azione. Si prevede che le elezioni di midterm del novembre del prossimo anno registreranno una sconfitta del partito del presidente in carica. Come tante volte in passato. Ma adesso il tasso di polarizzazione politico-ideologica è così alto da rendere probabile la paralisi dell’Amministrazione.
Sul piano internazionale, la ritirata da Kabul di quest’estate ha colpito il prestigio degli Stati Uniti e ne ha minato la credibilità. Quando invaderemo l’isola — si chiedono i cinesi — gli americani saranno disposti a morire per Taiwan?
Si pensi a quella che avrebbe dovuto essere, stando alle dichiarazioni di Biden in campagna elettorale e dopo, l’impresa più qualificante degli Stati Uniti sul piano internazionale: la formazione, in stile wilsoniano (l’interventismo democratico nella tradizione americana), di una «alleanza delle democrazie» per contrastare i regimi autoritari. L’incontro del 9 e 10 dicembre convocato da Biden per dare corpo a quell’idea è già a rischio fallimento. Non solo perché i criteri con cui sono stati scelti i Paesi da coinvolgere hanno subito alimentato recriminazioni (degli esclusi) e perplessità fra gli osservatori (perché l’Ungheria no e la Polonia sì?). Soprattutto perché il progetto parte male: dopo avere lasciato l’Aghanistan in mano ai talebani dichiarando che non è più affare dell’America preoccuparsi di quanto avviene in quel Paese, la «lotta contro gli autoritarismi» ha perso credibilità. L’unica cosa che resta è che gli Stati Uniti chiedono appoggi nella competizione di potenza con la Russia e soprattutto la Cina. Ma questa è solo realpolitik. Non c’è bisogno di scomodare la retorica wilsoniana.
L’indebolimento dell’America ringalluzzisce coloro che hanno interesse a riempire i vuoti di potere che quell’indebolimento genera. In Occidente registriamo le gravi difficoltà economiche, e la caduta del consenso interno, che sperimentano la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan. Ne deduciamo che ciò renda quegli autocrati meno temibili per noi. Niente di più sbagliato. Le autocrazie sono ancor più pericolose se crescono le loro difficoltà interne. Diventano più avventuriste, compensano i problemi interni con un aumento dell’aggressività esterna. Si tratti, nel caso di Putin, di Africa o di Vicino Oriente, dei territori russofoni dell’Ucraina (Donbass), dell’appoggio all’uso dei migranti in funzione antieuropea da parte del dittatore bielorusso Aljaksandr Lukasenka, del sostegno ai serbi bosniaci e ai loro nuovi propositi aggressivi, o degli attacchi i cibernetici alle democrazie europee. La stessa cosa vale per il presidente turco Erdogan la cui indisponibilità a calmare i propri bollenti spiriti, c’è da temere, si manifesterà presto in Libia a dispetto di noi italiani e francesi. E, fra le minacce alla sicurezza europea , c’è anche la ripresa in atto dell’estremismo islamico galvanizzato dalla «vittoria» di Kabul.
Più si indebolisce l’alleanza occidentale a causa della perdita (relativa) di potenza degli Stati Uniti, più l’Europa è in difficoltà. Riconsideriamo, in questa chiave, il trattato italo-francese da cui siamo partiti. Poiché anche i trattati internazionali non sfuggono alla ferrea regola della politica secondo cui qualunque atto politico, quali che siano gli altri obiettivi, è sempre contro qualcuno, non dovrebbe sfuggire che fra i bersagli c’è anche il «sovranismo europeo», desideroso di indebolire l’Unione europea per come si è realizzata, e che è molto forte in Italia e in Francia. I sovranisti, quanto meno italiani e francesi, sembrano divisi in due categorie: ci sono gli illusi i quali credono che basti un po’ di retorica patriottarda per far rivivere gli Stati nazionali più o meno sovrani del XIX secolo. E ci sono i realisti, i quali pensano che l’indebolimento dell’America crei l’occasione per sostituire un Lord protettore dell’Europa (gli Stati Uniti) con un altro (la Russia) in una prospettiva, sul piano dei valori, schiettamente anti-occidentale.
Ci sono, per quanto riguarda l’Italia, due ottime ragioni a sostegno del trattato con la Francia. Il primo è che, uscita la Gran Bretagna dall’Unione, abbiamo perso un Paese con cui fare gioco di sponda in caso di accordi (che si trascinano dietro altri Paesi) fra Germania e Francia, nel caso in cui tali accordi siano lesivi dei nostri interessi. La seconda ragione è che nessun processo di integrazione sovranazionale può avanzare se non è guidato da un Paese egemone o da un pool di Paesi egemoni. Con il trattato italo-francese ci poniamo nella posizione giusta per fare parte di quel pool.
Tutto però è appeso a un filo. Lasciando da parte il rebus rappresentato dalla politica che sceglierà di fare l’eterogenea coalizione di governo tedesca, nonché l’esito delle prossime elezioni francesi, restano le debolezze dell’Italia. Oggi c’è Draghi con il suo prestigio internazionale. Avremo nel prossimo futuro un governo altrettanto europeista (e atlantista) e altrettanto di prestigio? E magari anche stabile? Dipenderà anche da questo se le tante parole spese sul trattato italo-francese non si riveleranno futili.

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