europa

Nello scenario attuale l’Europa, dove cresce il populismo anti-merito di destra, risulta perdente

Molte delle ideologie delle società occidentali sembrano oggi in crisi: la democrazia, il liberalismo, il capitalismo. Eppure, nella seconda metà del secolo scorso, una idea, nata a Harvard e battezzata meritocracy dal britannico Michael Young, era diventata una ideologia universale accettata da politici di destra e sinistra, oltre che dal mondo delle imprese e delle università. L’idea che il successo individuale dipendesse dalle capacità e dall’impegno di una persona e non dalla famiglia, conquistava il mondo facendolo evolvere da un sistema dinastico/feudale a una economia e società moderna. In parallelo a questa rivoluzione sociale non sanguinosa, l’evoluzione della economia da agricola a industriale a post industriale e oggi alla economia della conoscenza, ha trovato nella meritocrazia un motore formidabile e creato opportunità eccezionali per i migliori giovani americani inglesi ed europei. È stato un concetto che piaceva a destra perché metteva in risalto il successo individuale e a sinistra perché le pari opportunità erano una versione più moderna della giustizia sociale. Eppure, nel nuovo secolo, la meritocrazia è finita sotto attacco proprio dove è nata: Michael Sandel, professore a Harvard, autore di «La tirannia del merito», propone di utilizzare una lotteria per selezionare chi è ammesso. Con lui decine di docenti e politici liberal uniti in un movimento anti-meritocrazia accelerato dai movimenti anti-razzisti, dalle cancel culture e dai woks. Le critiche provenivano soprattutto da sinistra perché la meritocrazia non ha realizzato l’«ascensore sociale» grazie all’istruzione superiore: è nata una vera «aristocrazia 2.0», nella quale i talenti diventati ricchi grazie alla laurea in università prestigiose favoriscono i figli in tutti i modi nella selezione per l’ accesso a Harvard e Oxford. In «Aristocrazia 2.0 le nuove élite per salvare l’Italia» avevo spiegato perché, se sicuramente queste critiche hanno un senso perché le pari opportunità non si sono realizzate, i pregi della meritocrazia la rendono insostituibile. Non contano le «pari opportunità» (che sono una utopia) ma le «buone opportunità» che élite eccellenti e sensibili al bene della società creano per tutti.
Poi è arrivato il Covid e le critiche populiste sono andate in quarantena per poi risvegliarsi grazie al conflitto in Ucraina. Questa volta però le critiche vengono soprattutto dalla politica, con un taglio più di destra, anche se non dissimile da quello filo-socialista, perché diffida della competizione globale e delle élite economiche create dalle grandi università. Le mid-term americane indicano un possibile ritorno dei repubblicani sempre più trumpiani (gli elettori del nepotista Trump sono bianchi non laureati), in Francia crescono le destre anti-Europa e da noi esplodono i rigurgiti anti-globalizzazione (un ex ministro del tesoro italiano del centrodestra l’ha appena definita una utopia). La competizione globale (e con essa la meritocrazia) è così in ritirata di fronte ai tank russi, mentre si manifesta per le strade contro il caro-benzina e meno per i Fridays for the future di Greta Thunberg.
È ormai chiaro però che il vero problema a medio termine dell’Occidente non è il caro-benzina, ma la Cina che ha già avuto «la sua Ucraina», che si chiama Hong Kong e rischia di invadere Taiwan, dove si produce la maggioranza dei semiconduttori del mondo.
La ricetta dei nuovi protettori dell’Occidente contro il rischio Cina? Isolazionismo economico del blocco occidentale democratico, con gli Usa che si impegnano a rallentare la crescita cinese, anche a rischio di bloccare quella globale, con sanzioni, protezionismo ecc. E il «merito» delle loro élite sarà più la capacità di lobby e il populismo che l’eccellenza nell’istruzione e nella competizione. Purtroppo è una strategia suicida che attacca i fondamentali di 200 anni di sviluppo dell’Occidente. L’alternativa? Una strategia «Obama-like» di collaborare per competere, proponendo alla Cina uno «scambio» tra difesa della globalizzazione, condivisione dei costi della emergenza climatica (che interessano alla Cina) e un atteggiamento non minaccioso militarmente verso gli alleati democratici in Asia: Taiwan, Corea, Giappone (che interessa agli Usa).
Quest’alternativa renderà necessarie élite ultra-meritocratiche per affrontare le già difficili sfide pre-Ucraina, oggi ancora più complesse. La meritocrazia dei talenti diventerebbe ancora più cruciale. I suoi nemici populisti negli Usa non avranno granché successo perché i suoi valori sono ancora ben presenti nella società americana.
Quanto alla Cina, mentre gli Usa criticavano la meritocrazia, la Cina ne abbracciava appieno l’ideologia: nel suo discorso al congresso nazionale del partito comunista del 2017, Xi ha sottolineato come fosse essenziale ritornare ai valori meritocratici dei mandarini e di Confucio. E così che nel nuovo secolo la Cina, ispirandosi a Singapore, ha realizzato una macchina dello Stato e della politica ultra-meritocratica selezionando i migliori laureati per farne leader dell’amministrazione pubblica e di colossi globali high tech e producendo università che scalano le classifiche dei migliori atenei del mondo. E la aristocrazia 2.0 cinese non è molto diversa da quella americana: la figlia di Xi si è laureata a Harvard.
Questo scenario rischia di vedere un solo perdente, l’Europa, vero sick man dell’Occidente e già in ritardo nella competizione per l’economia della conoscenza, dove il crescente populismo anti-merito di destra si allea con gli oppositori tradizionali della meritocrazia 1.0, quelli che la considerano nemica della giustizia sociale da quando è nata nel secolo scorso. Ne è la prova la pressione per chiudere il tempio della meritocrazia francese, l’Ena (dove si è laureato Macron), mentre il Mit reinserisce il test d’ingresso Sat.
All’interno dell’Europa, il nostro Paese è di gran lunga il maggior perdente di questa guerra per i talenti dell’economia della conoscenza perché da noi la meritocrazia non è mai nata, eppure viene osteggiata più violentemente che negli Usa. I suoi nemici sono coloro che non vogliono perdere i propri privilegi: imprenditori campioni di un capitalismo familista, docenti universitari nemici della competizione e magistrati che proteggono la loro totale autoreferenzialità con la scusa della «indipendenza dalla politica», rendendo così impossibile la nascita di uno Stato amico della crescita economica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna su