Il premier lettone ha detto che bloccare il greggio costerà all’Unione, «ma è solo denaro, gli ucraini pagano con la vita»

«Non ci siamo ancora», aveva detto Ursula von der Leyen prima del Consiglio europeo di ieri a Bruxelles. Un compromesso è stato in realtà raggiunto ma la fatica dei leader nel sostenere l’Ucraina è risultata evidente. Il vertice era stato convocato per approvare, tra l’altro, il sesto pacchetto di sanzioni contro Mosca. Finalmente, l’accordo è stato trovato ma era il 4 maggio quando la presidente della Commissione di Bruxelles aveva proposto una nuova serie di misure, la più importante delle quali è il blocco delle importazioni di petrolio e derivati. Da allora, sono passati 27 giorni, mentre la guerra ha corso, durante i quali i capi di Stato e di governo hanno dovuto registrare divisioni e mancanza di senso dell’urgenza. Il blocco ci sarà ma entro fine anno, quando la guerra sarà probabilmente finita. Nonostante il via libera di stanotte, a Kiev e in alcune capitali europee il timore è che la determinazione di certi governi a sostenere l’Ucraina sia in recessione.
L’invasione lanciata da Putin è entrata in una fase decisiva che potrebbe determinare gli esiti della guerra. Sul terreno, l’Armata russa sta compiendo passi avanti e l’esercito di Kiev al momento è in difficoltà.
Il Cremlino spinge per ottenere successi, per conquistare porzioni di Ucraina (che spesso ha devastato) e per verificare fino a dove può arrivare prima di proporre un cessate il fuoco che potrebbe nominalmente chiamare vittoria. Di fronte all’evolvere delle operazioni militari, i movimenti lenti delle diplomazie e della politica europee sono palesemente fuori tempo. Per evitare una vittoria del Cremlino, occorre, oltre alla resistenza degli ucraini, che la Russia esaurisca materiale bellico e denaro: questo è il senso delle sanzioni sul petrolio (e, in prospettiva ancora più difficile da raggiungere, sul gas). Il fatto che arrivino lentamente alza una serie di interrogativi e indebolisce il fronte che non vuole vedere l’esercito di Putin tornare a casa con un pezzo di Ucraina, premio per l’aggressione.
Nominalmente, le ragioni dei lunghi contorcimenti per arrivare al sesto pacchetto di sanzioni sono la minaccia di veto del primo ministro ungherese Viktor Orbán e la necessità di trovare un compromesso sull’import di petrolio russo che non favorisca alcuni Paesi europei a scapito di altri. In realtà, l’opposizione di Orbán ha consentito a più di un governo di continuare a comprare per più giorni greggio da Mosca. E le discussioni sulla necessità di garantire la concorrenza nel mercato unico dell’energia sono un dettaglio rispetto al «quadro più ampio» della guerra, ha detto ieri il premier lettone Krišjanis Karinš: bloccare il greggio costerà all’Europa — ha aggiunto — «ma è solo denaro, gli ucraini pagano con la loro vita». Il guaio è che, alla radice delle lentezze, tra i 27 ci sono differenze di valutazione di portata strategica.
Riassumendole, c’è chi ritiene in cuor suo che i recenti (limitati) successi russi indichino che l’Ucraina non potrà resistere a lungo e che dunque sanzioni tese a indebolire la Russia siano futili, forse più dannose per l’Europa che per Mosca. Analisi alla quale si contrappone quella di chi è convinto che proprio per la fase delicata dei combattimenti si debbano imporre costi sempre più alti agli aggressori con l’obiettivo di frenarne l’avanzata e possibilmente rovesciarla. Differenze nell’approccio a Putin che prendono la forma di divisioni nette.
Domenica, mentre i diplomatici dei Paesi Ue non riuscivano a trovare un compromesso sulle sanzioni da presentare al vertice di ieri e oggi, il ministro dell’Economia e vicecancelliere tedesco Robert Habeck ha detto che l’unità degli europei sulle sanzioni «sta già iniziando a sgretolarsi». Nei governi dei Paesi dell’Est europeo, le frequenti telefonate del presidente francese e del cancelliere tedesco a Putin sollevano il sospetto che alcune capitali dell’Ovest vogliano spingere Zelensky a cedere parti del territorio ucraino a Mosca per arrivare a una sorta di pace. Dopo la telefonata di 80 minuti di Macron e Scholz a Putin, sabato, una serie di dichiarazioni di politici e ministri dei tre Paesi baltici hanno sostenuto che questi colloqui danno legittimità al capo del Cremlino e sono controproducenti. «Sembra — ha scritto il vice primo ministro lettone Artis Pabriks — che ci sia un numero di cosiddetti leader occidentali che ha l’esplicito bisogno di auto-umiliazione combinato con il totale distacco dalla realtà politica». Parole forti, tra partner. Il dato di fatto è che al momento non si vede una leadership capace di tenere uniti i 27, né a Berlino né a Parigi. Le sanzioni sono insufficienti e ogni giorno nelle casse di Mosca entra un miliardo di dollari dalle vendite di energia all’Europa. Kiev dice che di armi ne arrivano poche. E la promessa fatta da von der Leyen a Zelensky di apertura del processo di adesione dell’Ucraina alla Ue è ora caricata di distinguo in Germania e in Francia. Sì, «non ci siamo ancora»: occorre una presa d’atto dell’urgenza della situazione. Anche per evitare che una vittoria di Putin trasformi le divisioni di oggi nella Ue in conflitti politici domani.

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