Diversamente da quanto avviene nei loro Paesi, i cittadini ignorano quali siano le competenze dell’assemblea di Strasburgo e non pensano che il voto sia collegato a un governo

Il caso Qatar e i suoi insegnamenti. È una celebre affermazione di James Madison, un padre fondatore della democrazia americana, quella secondo cui gli esseri umani necessitano delle istituzioni di governo perché «non sono angeli». Fra quelle istituzioni vanno anche comprese polizie e tribunali.
Poiché gli esseri umani non sono angeli, in tutte le democrazie si registrano, periodicamente, episodi di corruzione. Intendendo per corruzione l’attraversamento illegale, ossia in violazione di leggi vigenti, dei confini fra sfera pubblica e sfera privata. Ci sono però circostanze che possono rendere il fenomeno particolarmente pesante. La democrazia bloccata in Italia durante la Guerra fredda, col tempo, favorì uno sviluppo molto consistente di quegli attraversamenti illegali.
Si scopre ora che anche il Parlamento europeo era esposto allo stesso virus. Forse hanno contribuito alcune caratteristiche di tale istituzione. Prima di tutto: ma davvero il Parlamento europeo è, in quanto eletto, un organo «rappresentativo»? Certo, formalmente, lo è. Ma lo è anche sostanzialmente? Dal 1979 i cittadini europei eleggono, divisi per Paesi, i membri dell’assemblea di Strasburgo. Quanto basta perché si dica che il Parlamento europeo è una istituzione «democratica» (secondo i principi della democrazia rappresentativa), l’unica i cui membri vengano scelti direttamente dai cittadini.
Il problema però è che quando i cittadini «scelgono» i loro (supposti) rappresentanti non lo fanno perché, attraverso quel voto, intendano condizionare le attività del Parlamento europeo. Per due ragioni strettamente collegate. In primo luogo, perché, a schiacciante maggioranza, ignorano quali siano le competenze del suddetto organo. E, in secondo luogo, perché pensano che il loro voto non sia collegato alle sorti di un governo. Quando un cittadino vota per il rinnovo del Parlamento nazionale lo fa, prima di tutto, per influenzare la formazione del governo. Egli sa che esiste una connessione stretta fra i risultati delle elezioni e il tipo di governo che si formerà, sa che, a seconda di quei risultati, nascerà un governo coerente con i suoi interessi oppure un governo che li avversa. Persino in una repubblica presidenziale (o semi-presidenziale), quando si vota per il rinnovo del Parlamento non si vuole solo premiare un candidato o un partito. Si intende anche sostenere o contrastare il presidente in carica.
Nel caso europeo non c’è nulla di tutto questo. Tranne gli addetti ai lavori che sanno come la forza dei vari raggruppamenti parlamentari europei incida — ma insieme ai governi nazionali — sulla composizione della Commissione, i cittadini comuni non ne sanno nulla. Mentre il Consiglio europeo, essendo organo intergovernativo, fa storia a sé. Da qui l’inesistenza di incentivi ad informarsi sulle attribuzioni della assemblea di Strasburgo. Da qui, soprattutto, il carattere sui generis delle elezioni del Parlamento europeo. Elezioni che hanno una doppia caratteristica. La prima è l’elevato astensionismo (molti cittadini europei, da sempre, non votano perché non capiscono che senso abbia quel voto). La seconda è che coloro che votano lo fanno per ragioni che nulla c’entrano con l’elezione in questione: lo fanno per manifestare consenso o dissenso nei confronti del governo nazionale. Usano il voto europeo per mandare un «messaggio» a governo e partiti nazionali. Le elezioni europee sono soprattutto un grande sondaggio in cui le forze politiche dei vari Paesi misurano il consenso di cui godono.
Si spiega così perché il legame fra gli elettori e gli eletti al Parlamento europeo sia debole. O inesistente. Non c’è un’opinione pubblica qualificata attenta a ciò che fa il Parlamento europeo. Mentre c’è, più o meno, in sede nazionale. In ambito europeo, una volta depositate le schede, la maggior parte dei cittadini non saprà nulla di ciò che accadrà in quella assemblea. Date le vere motivazioni del voto, non avrà alcun interesse ad informarsi.
È ovvio che ciò dipende dalle caratteristiche della costruzione europea. L’ortodossia europeista ne trae la conclusione che occorra creare un vero governo democratico dell’Unione. Ma nell’attesa (campa cavallo) che ciò si realizzi che si fa?
Sono sempre esistiti (legittimi) dubbi sulla possibilità di una democrazia europea. Per la distanza psicologica, e per le barriere linguistiche, che separano i cittadini dalle istituzioni dell’Unione. Nonché per le differenti tradizioni culturali. Un grande sociologo, Ralf Dahrendorf (era un europeista, membro della Commissione negli anni Settanta) sosteneva, per queste ragioni, che la democrazia può esistere all’interno degli Stati nazionali europei ma è difficilmente trasferibile sul piano continentale. Possiamo non condividere lo scetticismo di Dahrendorf ma non possiamo sostenere che egli agitasse un falso problema.
Torniamo al Qatargate e alla corruzione. L’inesistenza di un’opinione pubblica qualificata che possa esercitare un controllo sull’attività del Parlamento europeo, a sua volta conseguenza dei caratteri di tale istituzione, rende assai difficile immaginare che si possano accendere riflettori in grado di restare puntati in permanenza su quell’assemblea assicurando così una certa trasparenza ai suoi lavori e ai comportamenti degli eletti. Certamente, ora verrà usata la scopa per fare pulizia. Ma senza che si possa risolvere il problema «strutturale» che ne spiega le tante opacità.
Dato che ciò non costa nulla, si può mettere al lavoro l’immaginazione. In attesa della mitica democrazia europea, forse le cose migliorerebbero un po’ se i governi si accordassero per una riforma che faccia dell’elezione del Parlamento europeo, anziché la somma di tante elezioni quanti sono i Paesi-membri dell’Unione, una vera elezione su scala continentale. Nella quale i cittadini votino per liste europee, per raggruppamenti europei. Resterebbe l’assenza di un collegamento stretto fra l’elezione del Parlamento e il governo dell’Unione. Ma forse finirebbe l’epoca delle elezioni-sondaggio. Con possibili benefici effetti sulle relazioni fra cittadini e Parlamento europeo. Ovviamente, ciò non accadrà, per lo meno nel breve-medio termine. Ma sollevare il tema può almeno impedire che si cada dalle nuvole quando si scoprono le opacità e i comportamenti illeciti che ne discendono.

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