Le giornaliste afghane hanno provato a resistere, per 18 giorni sono andate in onda a viso scoperto. Poi come i soldati ucraini hanno dovuto arrendersi. Ma hanno ricevuto una inaspettata solidarietà dai colleghi maschi

Come i soldati di Azovstal. Le giornaliste afghane hanno provato a resistere, sono andate in onda a viso scoperto. I talebani avevano ordinato il burqa o al massimo il niqab, che lascia visibili soltanto gli occhi. E loro avevano deciso di disobbedire. Donne al fronte, come lo erano gli asserragliati nella pancia dell’acciaieria di Mariupol. Il volto e un po’ di trucco invece del fucile. E la consapevolezza, come ad Azovstal, di non poter resistere a lungo senza l’aiuto del mondo. Ma il mondo guarda altrove, i diritti negati delle donne in Afghanistan non sono all’ordine del giorno.
Così un pugno di giornaliste si è ritrovato a fare quella piccola ma grandissima rivoluzione del volto scoperto in completo isolamento, rischiando ritorsioni barbare. Hanno resistito 18 giorni. E in quei 18 giorni il governo dei barbuti ha preso le contromisure. Pressioni sulle loro aziende, richiami ai maschi di famiglia, licenziamenti ventilati. E alla fine le nostre amiche sono uscite dal loro Azovstal con la bandiera bianca. Hanno dovuto arrendersi e andare in onda – da ieri – con il niqab.
Ma la loro resistenza era un seme e da quel seme è germogliata una solidarietà maschile che i talebani non si sarebbero mai aspettati. Gli uomini delle redazioni hanno deciso di coprirsi anche loro il volto mentre vanno in onda in segno di vicinanza alla protesta delle loro colleghe. Invece del viso scoperto una mascherina chirurgica. Un’azione simbolica, inattesa, piccola ma importante. Cosa farà adesso il governo talebano? Quale altra aberrazione si inventerà il potente ministero della Promozione della Virtù e della Prevenzione del Vizio per stroncare la rivolta delle mascherine maschili in favore delle donne?
Se hai la sfortuna di nascere donna in un Paese come l’Afghanistan non potrai mai imparare il senso delle parole «libertà», «indipendenza», «autodeterminazione». «Tuteleremo i loro diritti» avevano promesso gli integralisti di Kabul dopo la caduta della capitale, ad agosto dell’anno scorso. Bugie. Alle donne non sono permesse le scuole, hanno il divieto di viaggiare da sole, di lavorare… Se non hanno cose importanti da fare «è meglio che stiano a casa» è il «consiglio» dei padroni delle vite altrui. Misoginia pura. Orrore. E bisognerebbe abbracciarle ad una ad una, le giornaliste afghane che hanno osato resistere nella loro Azovstal.

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