Ormai guardiamo distrattamente i dati relativi alla pandemia, ci siamo stancati e tendiamo a rimuovere il problema. Potrebbe avvenire lo stesso per la tragedia ucraina

Tra pandemia e guerra siamo stati colpiti da eventi improvvisi ma non del tutto imprevisti. Due grandi «cigni neri». Le nostre abitudini ne sono state sconvolte. Ma nel pagarne un prezzo (diseguale) non dobbiamo dimenticare che c’è chi ne sopporta uno maggiore. Il costo della vita cresce, come non accadeva da tempo, mentre ai margini dell’Europa, sotto i colpi dell’aggressione russa, le vite non hanno più alcun valore. Il teatro della disumanità. I due choc si sono sovrapposti al punto che la pandemia sembra scivolata via, derubricata da un’emergenza più grande, dal pericolo imminente di essere coinvolti in un conflitto senza limiti. Eppure non è così. Lo testimoniano i dati sui contagi che soltanto qualche mese fa avrebbero monopolizzato l’informazione e le nostre conversazioni private. Ora li guardiamo distrattamente. Ci siamo stancati. Accettiamo una mortalità che nei momenti bui del virus avremmo respinto come moralmente insostenibile. La bilancia delle necessità ha un equilibrio diverso. Siamo molto protetti, grazie alla straordinaria campagna di vaccinazione, ma la percezione del rischio è ovviamente mutata.

E non solo per la fine, inevitabile, delle restrizioni più severe, lo smantellamento del Comitato tecnico scientifico, l’addio del generale Figliuolo. Se è comprensibile il desiderio di lasciarsi alle spalle un’emergenza, è pericoloso dare l’impressione di averla risolta del tutto. Perché, come dimostra una recente indagine di Eumetra di Remo Lucchi, gli effetti distruttivi sulla relazionalità sociale sono stati ampi, come le macerie di un conflitto, ed è rischioso sottovalutare il senso di smarrimento della gente, soprattutto dei giovani, oltre a non rare tendenze depressive.

Il virus è quasi rimosso nella comunicazione — pubblica e privata — ma non nella realtà. La normalità riconquistata va difesa non perdendo di vista la prevenzione (per esempio nella civiltà delle mascherine) e salvaguardando il grande patrimonio di assistenza, cura, volontariato che in questi due anni si è costosamente accumulato. Se nell’oblio liberatorio del virus questo capitale sociale, non solo sanitario, si disperdesse vorrebbe dire che siamo tornati a dimenticarci dei più fragili e bisognosi di attenzioni e cure. E dunque, aver gettato al vento anche parte degli investimenti (19 miliardi nella sola sanità). La lezione non è stata appresa del tutto.

L’impulso nel concentrare ogni energia fisica, cognitiva, affettiva sull’obiettivo più importante, ovvero salvarsi dal pericolo maggiore, è del tutto naturale. Lo hanno spiegato bene nel loro libro Una cosa alla volta (Il Mulino) gli studiosi Carlo Umiltà e Paolo Legrenzi.

L’attenzione umana si polarizza. E se non fosse stato così nella Storia, non saremmo qui a parlarne. Nella società della comunicazione di massa, e soprattutto con i social network, questo processo si è enormemente accentuato. E, nello stesso tempo, è maggiore la facilità con la quale si rimuovono dalla memoria i problemi, le angosce, la partecipazione al dolore degli altri. Dall’iper attenzione all’oblio quasi assoluto. In tempi brevissimi. Un fenomeno descritto, nel libro appena uscito (Quando meno diventa più, Cortina), dallo stesso Legrenzi. C’è una sorta di meccanismo di sottrazione che allontana nel tempo e nello spazio i fatti, soprattutto quelli più dolorosi, che investono le nostre coscienze. Averne consapevolezza ci aiuta a comprendere e prevenire.

Qualcosa di analogo può avvenire per il sentimento di solidarietà e compassione che proviamo in questo momento per il popolo ucraino? Parlarne non significa avere poca fiducia in se stessi, ma solo avere l’onestà di riconoscere i limiti dei nostri sentimenti. Per renderli più autentici. Il processo di rimozione rischia di completarsi prima che le sofferenze altrui abbiano termine e i diritti sacrosanti (in questo caso degli ucraini) veramente difesi.

La nostra memoria è corta, liquida e forse potremmo dire, parafrasando l’attualità, che è allo stato gassoso. Quante crisi internazionali nelle quali i problemi di oggi, e non soltanto nel rapporto con la Russia, erano già visibili sono state prontamente accantonate? Quante tragedie umanitarie troppo velocemente allontanate dai nostri pensieri? Rimosso il pericolo imminente, si tralascia l’esame delle cause. E ci si trova impreparati alle prossime emergenze. A differenza del passato le amnesie sono ancora meno perdonabili perché i «cigni neri» sono assai più frequenti.

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