guerra in ucraina

Per noi pacifici e spaventati cittadini europei non è facile trovare il modo di rispondere all’aggressione russa. Gli esempi del sindaco Sala, di Vettel, di Salvini, di Renzi

Che fare? La domanda che si sono posta generazioni di rivoluzionari russi in lotta contro lo zar, da Cernysevskij a Vladimir Lenin , oggi ce la facciamo noi, pacifici e spaventati cittadini dell’Europa. E la risposta non ci viene. Ma c’è davvero qualcosa che possiamo fare?
Le immagini sgranate dei tank che varcano la frontiera sembrano venire da un cinegiornale del secolo scorso: l’ultima volta che l’Europa ha visto una scena così era il settembre del 1939, quando tedeschi e russi si spartirono la Polonia e cominciò la Seconda guerra mondiale. Da Kiev arrivano i video girati con i telefonini nei rifugi anti-aerei, tra donne e bambini, e sembrano le storie che ci raccontavano i nonni. Leggiamo che combattono intorno a Chernobyl, e riviviamo l’incubo nucleare. Il nostro tempo si è all’improvviso sospeso. Un’altra volta, come due anni fa con il Covid, non prendiamo impegni a lunga scadenza.
Non sappiamo che fare perché in realtà non possiamo fare molto. Oddio, per fermare la guerra ci sarebbe la «seconda potenza mondiale», come il New York Times definì il movimento pacifista che in tutto il mondo, 110 milioni di persone in 600 città di cinque continenti, scese in piazza contro l’attacco americano a Baghdad. Ma quando non ci sono bandiere a stelle e strisce da bruciare, difficile che quella potenza si mobiliti. Sparuti, ma coraggiosi ed encomiabili epigoni, i Democratici di Enrico Letta, accorsi ieri sotto l’ambasciata russa a Roma. E il Colosseo si è illuminato con i colori della bandiera ucraina, come si tinge di rosso nella giornata contro la violenza sulle donne. Poco altro da segnalare. Si potrebbero allora boicottare i prodotti russi, i filopalestinesi lo fanno spesso contro Israele. Ma chi li compra i prodotti russi, vodka a parte? (A proposito, Putin vuole «denazificare» l’Ucraina di Zelensky, un russofono di origini ebraiche). Al sindaco Sala è venuta un’idea: ha chiesto al maestro Gergiev, amico di Putin, di condannare l’invasione o lasciare la Scala. Mi è piaciuto Sebastian Vettel, il pilota tedesco di Formula 1 che non correrà il Gran Premio di Russia. Due uomini politici molto discussi e spesso discutibili hanno avuto una reazione apprezzabile: Salvini ha disdetto la già troppo lunga partnership della Lega con il partito di Putin, e Matteo Renzi si è dimesso dal board di Delimobil, azienda in Russia. Forse si possono fare cose così. Forse si può spostare la finale di Champions dalla Gazprom Arena di San Pietroburgo, come pare si appresti a fare la spesso vituperata Uefa. In fin dei conti il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca, dopo l’invasione dell’Afghanistan, aprì il decennio che finì con la dissoluzione dell’Impero sovietico. Forse si può combattere sui social. Perché questa è la prima guerra della storia con Instagram e Twitter. Ed è lì che oggi si conquistano «i cuori e le menti» degli europei. Tra di noi non ci sono mai stati così tanti fan dell’aquila bicipite russa. È un fenomeno inquietante e sorprendente, cominciato in quella destra americana che, alla pari di Trump, considera Putin un «genio». Ma dalle nostre parti è anche più trasversale. Mette insieme tutti quelli che ce l’hanno con il caro-carburante e con la modernità. Che difendono la tradizione e vorrebbero restaurare i confini di prima (prima quando? prima, non importa quando). Che stabiliscono improbabili paragoni con la crisi di Cuba o con il Kosovo, pur di non ammettere che l’invasione è ingiustificabile. Che sono stufi di tecnologia e democrazia, e rimpiangono l’autentico, l’autoctono, l’autocrate. Per questa fetta di opinione pubblica, Putin è un Robin Hood che difende i diritti della foresta contro gli sceriffi del capitalismo globale.

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