Le guerre possono finire in tanti modi, ma solo alcuni consentono la sopravvivenza della democrazia. È questo tipo di pace che dobbiamo costruire oggi in Ucraina. E che dobbiamo imparare a difendere attivamente anche a casa nostra

Il confronto fra democrazie e autoritarismi è la sfida di questo secolo. Purtroppo il bilancio dell’ultimo quindicennio è negativo. La quota di popolazione mondiale che vive in regimi liberi è passata dal 46% al 20%, quella in regimi autoritari dal 36% al 39% (dati Freedom House). Il resto abita in Paesi solo parzialmente liberi. Il 2021 è iniziato con l’assalto al Congresso americano da parte dei seguaci di Trump, è proseguito con colpi di stato militari in Myanmar, Sudan, Mali e Guinea; la democrazia è stata sospesa di fatto in Nicaragua e Tunisia. Il 24 febbraio scorso l’ondata autoritaria ha investito l’Europa: anche per questo è importante aiutare l’Ucraina di Zelensky a resistere all’aggressione di Putin.
Dobbiamo prendere atto che nel mondo la democrazia è in fase di recessione e accettare due spiacevoli dati di fatto. Primo: il connubio fra Stato di diritto e governo rappresentativo è un composto fragile, soprattutto nel suo momento formativo. Il seme della democrazia liberale germoglia con fatica. Secondo: i regimi autoritari hanno una paura nera di questo seme, i loro leader non hanno remore a ricorrere alla violenza (anche bruta) per impedire che attecchisca (come è successo in Ucraina).
La guerra è il più terribile strumento per soffocare la democrazia, ma non è l’unico. I regimi autoritari hanno anche armi più insidiose: attacchi terroristici e sabotaggi cibernetici, manipolazione delle informazioni, finanziamenti occulti a favore di forze anti-sistema (come i prestiti a Le Pen), persino migranti usati come «bombe umane», come ha cercato di fare la Bielorussia a danno della Polonia.
L’ombrello della Nato protegge l’Europa dal punto di vista militare. Ma le società aperte restano vulnerabili agli altri tipi di aggressione. Nei «vecchi» Paesi dell’Unione europea, un settantennio di pace e stabilità ha quasi azzerato la percezione del rischio bellico, ossia la possibilità di aggressioni armate ai propri confini.
A parte gli atti terroristici, le altre forme di minaccia sono poco visibili, così come tendono ad esserlo anche le contro-misure. Ciò che a volte trapela (un attacco sventato, una corrente di fake news orchestrata da una potenza straniera e smascherata) è solo la punta di un iceberg, pochi sanno che c’è una enorme parte sommersa.
Inoltre le opinioni pubbliche democratiche sono impazienti, facili alla distrazione. All’inizio della guerra, nei confronti degli ucraini prevaleva la simpatia, la disponibilità all’aiuto. Col passare del tempo, è sorta una certa insofferenza per un conflitto che rischia di essere lungo e per le richieste di armi da parte di Zelensky. Secondo un sondaggio Ipsos dei primi di aprile, fra il 20% e il 30% dei cittadini europei pensa che i problemi dell’Ucraina non siano affar loro (il dato per l’Italia è 35%), la maggioranza non è disposta a sopportare aumenti delle bollette per sottrarre risorse alla Russia.
Per molti il pacifismo è una scelta convinta, basata su principi. Per altri (più numerosi) è una risposta irriflessa, un modo apparentemente «nobile» per non affrontare le responsabilità, per salvaguardare il quieto vivere. Vi è anche un eccesso di fiducia e aspettativa nei confronti delle parole, delle «trattative». Le società pacificate e democratiche risolvono i disaccordi con la discussione libera e con il voto. Una conquista impareggiabile, ma che può offuscare le lenti con cui guardiamo e giudichiamo le relazioni internazionali e ciò che accade nei regimi autoritari. I guerrafondai sono poco interessati a trattare: oggi l’ostacolo è questo, non la fiacchezza o l’incapacità dei governi europei.
Per contrastare la vulnerabilità interna delle democrazie, gli esperti propongono di adottare strategie di sicurezza nazionale che coinvolgano e sensibilizzino tutti i cittadini, a partire da quelli più giovani (il cosiddetto «whole society approach»). Il governo francese ha ad esempio avviato un programma rivolto agli studenti: quattro settimane di tirocinio per acquisire competenze su come rispondere alle situazioni di crisi. La Germania ha istituito una forma di servizio civile chiamata «un anno dedicato al tuo Paese»: un misto tra volontariato sociale e addestramento alle tecniche di base di difesa civile. Lo scorso febbraio in Svezia ha aperto i battenti una Agenzia nazionale per la difesa psicologica, con una duplice funzione: identificare i flussi di disinformazione pubblica e manipolazione delle opinioni; allenare i cittadini a riconoscere le fake news e le varie forme di minaccia alla sicurezza del Paese.
Nel suo discorso del 25 aprile ad Acerra, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che in Italia la libertà fu conquistata con la resistenza armata. E ha invitato gli italiani a non dimenticarsi dell’Ucraina. Le guerre possono finire in tanti modi, ma solo alcuni consentono la sopravvivenza della democrazia. È questo tipo di pace che dobbiamo costruire oggi in Ucraina. E che dobbiamo imparare a difendere attivamente anche a casa nostra.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna su