I risultati elettorali e i dati sull’astensione in Francia e Italia vanno valutati con attenzione: esprimono sfiducia nei confronti dei partiti, ma c’è anche molto altro

I segnali che vengono dalle elezioni legislative in Francia e dal voto comunale in Italia (nella loro diversità e specificità) confermano alcune tendenze che si erano già manifestate l’anno scorso con le elezioni tedesche: i forti cambiamenti innescati dai ripetuti shock a cui siamo esposti accentuano due fenomeni già ben conosciuti — l’elevata volatilità dell’elettorato e la preoccupante distanza dal sistema politico istituzionale — pur confermando la resilienza di un assetto istituzionale — quello democratico — che per sua natura, vive permanentemente «sull’orlo di una crisi di nervi»: tenere insieme le democrazie avanzate è un compito estremamente difficile.
Già nel decennio alle nostre spalle — per effetto della crisi finanziaria — l’avvento dei partiti populisti aveva reso evidente l’estendersi dell’area di insoddisfazione nei confronti del modello economico prevalente, sempre più in affanno nel distribuire il dividendo della crescita. In questa situazione, il Covid e la guerra hanno avuto un doppio effetto: hanno circoscritto l’espansione della forma di destra — le «piccole patrie» appaiono sempre più inadeguate nel mondo in tempesta in cui viviamo — ; hanno ridato fiato al polmone di sinistra, con Mélenchon in Francia che richiama i risultati di Sanders negli Usa. La differenza sta nella base sociale: invece di lavoratori autonomi e piccoli imprenditori della provincia, per lo più anziani e spesso con una matrice religiosa, il nuovo leader della Nupes è sostenuto soprattutto da giovani appartenenti ad aree urbane con profili formativi e professionali medi, interessati a un cambiamento del modello di sviluppo. Dunque la protesta si allarga, contagiando gruppi sociali diversi, ma al tempo stesso si divide rispetto ai percorsi da seguire per affrontare i tanti problemi che le persone avvertono nella loro vita quotidiana.
Al centro dei sistemi democratici si vede con chiarezza un blocco sociale che ruota attorno ai valori progressisti (il partito di Macron, il Pd di Letta…) e che cerca di gestire «responsabilmente» la situazione: l’ambizione è quella di rendere compatibili le istanze di cambiamento (economiche, tecnologiche…) con la giustizia sociale e la sostenibilità. Un’operazione molto complessa — specie con il Covid e la guerra — anche perché continua a ridursi la base sociale su cui tale blocco si appoggia: la progressiva erosione del ceto medio è un dato sempre più evidente. Lo indica plasticamente il caso francese: Macron ottiene poco più di un voto su quattro tra il 50% degli elettori che effettivamente hanno votato. Cioè più o meno il 15% dei francesi! Questo blocco sociale-istituzionale — che negli ultimi anni ha retto i colpi degli shock — riconosce il bisogno di innovazione ma stenta a delineare una proposta innovativa nella visione, nelle persone, nei linguaggi.
Il dato sull’astensione va valutato con attenzione. Non c’è dubbio che esso esprima disinteresse e sfiducia nei confronti dei partiti politici. Ma c’è dell’altro. La rassegnata accettazione dello stato di cose che si ritiene nessuno sia in grado di cambiare; lo stato confusionale in cui versa gran parte della popolazione, ormai incapace di una lettura di quanto accade e ancor meno di quello che potrebbe capitare. L’area dell’astensione rappresenta una sorta di «vuoto» che si è formato nel cuore delle democrazie contemporanee: uno spazio indeterminato, abitato da paure e speranze che non riescono ad articolarsi in discorso. Una sorta di brodo primordiale da cui possono sprigionarsi forze molto diverse: incendi pericolosi per le democrazie, ma anche nuove energie economiche, sociali, culturali. È dentro questo stato confusionale che vanno cercate le domande da cui partire per delineare quel percorso trasformativo di cui si sente la necessità, senza però riuscire a trovare la chiave. È come se le democrazie occidentali fossero in attesa di trovare un’indicazione su come giocare la prossima partita, all’interno di uno scenario globale in rapida e profonda trasformazione.
Tutto ciò accelera ulteriormente le parabole politiche dei leader. Nella società fluida riuscire a a cavalcare l’onda è qualche cosa di molto difficile, che riesce per una stagione o poco più. A meno di non riuscire a installarsi nei gangli istituzionali della vita sociale, col rischio di un logoramento lento e irreversibile. In questo quadro, interessante è anche sottolineare la moltiplicazione delle leadership che, oltre a essere effimere, sono sempre più plurali. La nostra società lascia spazio a ricomposizioni inattese attorno a punti di focalizzazione che possono avere matrice diversa (territoriale, identitaria, generazionale, etc). Senza più punti di riferimento stabili, ci si ritrova attorno a questioni o a persone capaci di creare provvisorie convergenze e di mobilitare energie disperse.
In questi mesi si è ripetuto che la stagione della globalizzazione è ormai tramontata. È evidente che i sistemi politici democratici non hanno ancora trovato assetti adeguati. E, con alle porte le elezioni politiche nazionali, ciò interpella direttamente il sistema politico italiano, dove gli schieramenti politici sono chiamati a un riposizionamento strategico, onde evitare che il Paese precipiti nel caos.
Non è una operazione facile. Ma mai come in questo momento è necessaria l’arte della politica: è essenziale non lasciare che il disinteresse, la confusione, l’indifferenza — e poi infine la rabbia — possano dilagare. Occorre muoversi presto e con lungimiranza. Il tempo si fa breve.

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