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Per gestire la crescita l’alternativa sarà tra flessibilità di bilancio concessa ai singoli Stati o trasferimento di compiti e capacità di spesa verso l’Unione

«L’Europa si formerà attraverso le crisi e sarà la somma delle soluzioni a queste crisi». La previsione di Jean Monnet, primo architetto dell’Europa unita, viene spesso citata con un sentimento di rassegnazione a fronte degli scarti tra ciò che suggeriscono la speranza, l’ambizione, il bisogno di un’azione in grado di fare fronte ai problemi che la storia ci pone davanti, e la realtà di ciò che l’Unione e i paesi che la compongono riescono a produrre, a mettere concretamente in atto. Seppur con le tragedie e la scia di dolore portate con sé, la pandemia esplosa nel 2020, con la reazione che essa ha determinato, offre l’opportunità, la speranza di un cambio di rotta, di un’Europa finalmente capace di guardare alto e lontano, di ritrovare il senso della propria missione e il consenso dei propri cittadini.
In «The Man inside. A European Journey through Two Crises» (Bocconi University Press, 486 pagine, euro 80), con una testimonianza unica per il ruolo di primissimo piano da lui ricoperto, da vero «uomo all’interno» della macchina e del processo decisionale dell’Unione, il senso del cammino percorso dall’Europa in questi cruciali dodici anni lo offre Marco Buti, oggi capo di gabinetto del commissario Paolo Gentiloni, dal 2008 al 2020 a capo della direzione generale di Economia e Finanza della Commissione Europea, il ruolo che fu a suo tempo di Tommaso Padoa-Schioppa.
Organo esecutivo dell’Unione, cioè responsabile dell’attuazione delle decisioni politiche adottate dal Consiglio, cioè dai governi nazionali, e dal Parlamento e, insieme, quale garante dei trattati e unica titolare del potere di proporre le leggi, rappresentante degli interessi dell’Europa intera. Questo è il duplice, alle volte contraddittorio ruolo della Commissione Europea. Una Commissione tenuta a dare corso all’unico, possibile punto di incontro, al minimo comune denominatore tra le posizioni e i contrastanti interessi dei Paesi membri. Per una non breve stagione, respinta addirittura ai margini, in una posizione ancillare rispetto ai governi nazionali.
Sono gli anni, con la Commissione Barroso, della difesa delle politiche «responsabili», coerenti con il sentire del tempo, il «Brussels-Frankfurt consensus», e che accentuano la recessione e rallentano la ripresa.
Poi, la tensione si allenta e la Commissione, a partire dagli anni della presidenza Juncker e dell’accento su crescita e investimenti, ritrova progressivamente ruolo e autorevolezza. E si iniziano a cogliere i frutti della capacità di proporre quelle che appaiono le migliori opzioni per l’azione comune, ponendosi un passo più avanti dei paesi membri con il compito di coagulare su quella posizione un consenso non ancora maturo, per nulla scontato. Infine, sotto la spinta della pandemia, shock perfetto che colpisce senza distinzioni tutti i Paesi europei, la Next Generation Europe e il suo «braccio armato», il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Non sostegno di corto respiro per riprendere il cammino interrotto ma progetto di crescita. Con l’ambizione, forse non dichiarata ma certamente presente, che l’enorme quantità di risorse mobilizzate e gli obiettivi ai quali esse sono ancorate — capitale umano, infrastrutture materiali e immateriali, ambiente — possano spingere le economie, in analogia a quanto si propone in America l’amministrazione Biden, su nuovi e più avanzati equilibri e su più alti e duraturi percorsi di crescita. Una prospettiva nella quale la Commissione, posta al centro dei meccanismi tanto della spesa (i trasferimenti agli Stati), quanto della raccolta delle risorse (l’emissione di debito denominato in euro) potrà progressivamente diventare il Tesoro dell’Unione e dell’eurozona.
Perché — nota Marco Buti con non dissimulato orgoglio — «nell’Unione Europea solo la Commissione e i suoi economisti possiedono la capacità analitica, la competenza istituzionale e l’esprit de finesse per rivestire un tale ruolo». Insomma, anche se Buti non usa il termine, è questione di autorevolezza, di autorità.
Al cuore delle sue riflessioni, un filo rosso che sottotraccia tutte le collega attraverso gli anni e i singoli temi affrontati, nella continua ricerca di una coerenza che garantisca politiche che siano economicamente corrette, assunte al giusto livello istituzionale, sorrette da un consenso popolare, sta la tensione e la ricerca di un corretto equilibrio tra regole e autorità. Regole per offrire un comune quadro di certezze. Autorità per gestire quelle regole con la flessibilità necessaria per adattarsi al mutare delle circostanze, per meglio governare la complessità e le diversità dell’Unione.
Quali, dunque, le strade che si aprono per l’Europa? Buti ne lascia intravedere due: o una flessibilità di bilancio concessa ai singoli Stati o il trasferimento di compiti e capacità di spesa verso l’Unione. Ad alleggerire il peso sul bilancio nazionale così da agevolare il mantenimento della regola del deficit zero questa è l’opzione che inizia a circolare il Germania. Staremo a vedere. Intanto, l’importante contributo offerto da Marco Buri nel suo «viaggio attraverso due crisi» merita di essere studiato.

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