Il rapporto con la Russia di Putin è il nodo cruciale: per la prima volta dal 1948 il risultato del voto avrà un effetto sulla collocazione internazionale del nostro Paese

La leggenda del «Manchurian Candidate», il politico manipolato dall’esterno, burattino di forze occulte che vogliono prendere il controllo di un Paese, è un topos letterario da quando Richard Condon scrisse l‘omonimo romanzo, poi trasformato in film di successo. Ma la ragione per cui in Italia si è subito trasformato in un incubo, non appena il Dipartimento di Stato Usa ha rivelato di avere prove di finanziamenti russi a partiti di venti diversi Paesi per condizionarne le scelte, ha a che fare con la fragilità del nostro sistema politico.
Sappiamo infatti dal presidente del Copasir che, almeno «al momento», non abbiamo notizie che l’Italia sia in quell’elenco. Ma sappiamo anche, come lo stesso Urso ha aggiunto, che «le cose possono cambiare». E lo sappiamo perché purtroppo nel nostro Paese una lunga storia di ambiguità nel rapporto con Mosca ha riguardato forze politiche e personalità di primo piano. L’ultima delle quali è Matteo Salvini, la cui Lega ha sottoscritto nel 2017 un patto di «partenariato paritario» e di «cooperazione reciprocamente vantaggiosa».
Ma mentre qui siamo nel campo di legittime seppur criticabilissime posizioni politiche, sappiamo da una risoluzione ufficiale del Parlamento europeo e da una relazione del Copasir al Parlamento italiano, che il tentativo di ingerenze russe nel processo politico è costante e concreto. «Pertanto chi ha rapporti con certi Paesi, lo faccia in trasparenza, in modo che non ci siano speculazioni», ebbe a dire il presidente Draghi in un’audizione di aprile al Copasir, raccontata sul Corriere da Francesco Verderami. «Anche perché — aggiunse in quell’occasione Franco Gabrielli, autorità delegata alla Sicurezza della Repubblica — noi lo veniamo a sapere…».
Il secondo motivo di fragilità sta nell’inveterata abitudine dei partiti italiani di usare la politica estera come arma di politica interna, delegittimando l’avversario fuori dai confini nazionali per colpirlo meglio in patria. Così l’altra sera, quando sono arrivate le prime notizie dal Dipartimento di Stato Usa, alcuni hanno temuto ma altri hanno auspicato una «september surprise». Che cioè qualche rivelazione clamorosa potesse cambiare il corso della campagna elettorale. Mentre invece dovremmo tutti escludere, almeno fino a prova contraria, che la nostra democrazia sia così debole da poter essere comprata. Le elezioni per il rinnovo del Parlamento sono il momento più sacro e importante in una nazione libera, ed è compito di tutti proteggerne la credibilità. Dunque meglio parlare sempre e solo a ragion veduta, sulla base di notizie certe, evitando di ricorrere a scambi di accuse non provate che possono diventare un boomerang per chiunque, come del resto è tante volte successo con l’uso politico delle inchieste giudiziarie.
Il terzo elemento che ha rivelato questa vicenda è invece un importante aspetto di politica internazionale. La decisione del Dipartimento di Stato di far sapere al mondo che dispone di queste prove è infatti un’ulteriore conferma di quanto la guerra all’Ucraina sia uno spartiacque storico nelle relazioni tra le potenze, e stia producendo una nuova divisione del mondo in blocchi. Si dice spesso che Putin si gioca tutto in questo conflitto. Ma non è che Biden sia da meno. Il campanello d’allarme suonato da Washington è dunque anche un «warning» a tutti i Paesi alleati in Europa, per ricordare loro che margini di ambiguità non sono possibili, e che i doppi giochi possono essere svelati. «Non entreremo nello specifico delle informazioni di intelligence — ha chiarito ieri un portavoce a Washington — ma le abbiamo rese note per aiutare gli altri Paesi a difendersi contro questa attività». Più chiaro di così.
Stare dalla parte di Kiev è per noi un dovere innanzitutto morale. Gli ucraini sparano contro soldati che hanno invaso il loro Paese. I russi sparano contro cittadini ucraini che vivono nel loro Paese. Ogni equivalenza è perciò davvero ripugnante. E anzi c’è da dire che proprio la controffensiva di chi si difende sta dimostrando che l’aiuto occidentale è giusto e indispensabile: se fosse arrivato prima avrebbe forse potuto evitare stragi orrende come quella di Bucha, e la morte di tanti civili e di tanti bambini.
Ma è bene ricordare anche che nazioni come la nostra hanno doveri politici precisi, derivanti da Trattati internazionali che abbiamo liberamente sottoscritto, con l’Unione Europea e con la Nato. Il famoso articolo 11 della Costituzione, dopo aver affermato che «l’Italia ripudia la guerra», aggiunge: «come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Ripudia dunque esattamente la guerra avviata da Putin. E consente «alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni». Pace e giustizia, insieme. Ciò legittima la nostra adesione alle «organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
È questa la ragione, anche costituzionale, per cui il «fattore Z», e cioè il rapporto con la Russia di Putin, resta il nodo cruciale di questa campagna elettorale, in cui per la prima volta dal 1948 la politica estera è dirimente e le scelte degli elettori avranno effetti sulla collocazione internazionale del nostro Paese. È un dato di realtà, da cui nessuno può prescindere. Ed è bene ricordarlo.

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