Una manovra a tenaglia con cui Vladimir Putin e Xi Jinping minacciano i suoi interessi vitali. Il pericolo più immediato e visibile è quello russo; quello più insidioso nel lungo periodo viene dalla Cina

Mentre la squadra Biden esibisce sforzi diplomatici per scongiurare un attacco russo all’Ucraina, è l’Europa che dovrebbe aprire gli occhi sulla manovra a tenaglia con cui Vladimir Putin e Xi Jinping minacciano i suoi interessi vitali. Il pericolo più immediato e visibile è quello russo; quello più insidioso nel lungo periodo viene dalla Cina.
Mosca ha nostalgia della sfera d’influenza che ebbe all’epoca degli Zar e dell’Unione sovietica. «Gigante paranoico», da secoli la Russia è afflitta da una sindrome legata alla sua storia e geografia. Ha la superficie più vasta del pianeta. Non ha però barriere naturali, come lo sono per esempio i due oceani che proteggono l’America. La Russia è stata invasa da tutti: mongoli e svedesi, francesi e tedeschi. Ha reagito annettendo paesi vicini, per allontanare le frontiere esterne da Mosca e San Pietroburgo. Oggi questa logica detta le due azioni più recenti di Putin: la minaccia d’invadere l’Ucraina; l’intervento «di ordine pubblico» in Kazakistan.
Sull’Ucraina Putin alterna due narrazioni, una romantica sulla comune identità ancestrale russo-ucraina; l’altra vittimistica sul presunto tradimento delle promesse americane dopo la caduta del Muro di Berlino (la Nato non si sarebbe mai allargata ad Est; l’esistenza di quell’impegno è controversa, comunque non fu mai sancito in modo formale). In Kazakistan le truppe russe puntellano il regime contro le proteste popolari per impedire nuove «rivoluzioni arancioni» e riaffermare l’egemonia di Mosca sulle ex-repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. «Una lezione della storia recente – ha detto il segretario di Stato Usa Antony Blinken – è che quando i russi entrano in casa tua, poi è molto difficile mandarli via». In quell’area del mondo ricca di risorse energetiche si svolge anche una sottile contesa fra Putin e Xi Jinping sui confini d’influenza dell’uno e dell’altro.
La debolezza dell’Occidente è evidente. In Ucraina e Kazakistan gli Stati Uniti non hanno interessi vitali da difendere; tanto più da quando hanno l’autosufficienza energetica. Biden esclude un intervento militare per contrastare l’eventuale invasione russa. Prepara sanzioni economiche, che su Putin hanno un effetto minimo. L’Europa è la vittima predestinata. Si è messa in una debolezza estrema con la sua dipendenza dal gas russo. I tedeschi ci hanno aggiunto sordidi conflitti d’interessi da quando il loro ex cancelliere Gerhard Schroeder entrò nel consiglio d’amministrazione di un gigante energetico russo. Se cade l’Ucraina è l’Europa che vede avvicinarsi le truppe russe ai suoi confini. Le chiacchiere sulla nuova difesa europea restano tali. Le bollette salgono; per lo shock energetico soffrono cittadini e imprese dell’Unione europea.
Il Vecchio continente deve fronteggiare almeno quattro sfide altrettanto insidiose da parte della Cina. La prima: per i suoi rapporti con Taiwan, la piccola Lituania è incappata in durissime sanzioni economiche decise da Pechino. Ma l’Ue è un blocco commerciale unico, non può ammettere che un singolo membro sia separato e punito da solo. Difendere la Lituania varando contro-sanzioni sul made in China può costare caro agli altri paesi, non difenderla significa cedere su un principio irrinunciabile.
Secondo. L’Europarlamento ha lanciato un allarme per la penetrazione sempre più forte della Cina nei Balcani, di fatto una manovra parallela a quella russa in Ucraina; è con l’economia e la finanza che Xi Jinping indebolisce il fianco più scoperto dell’Ue.
Terzo. La crisi del gas ha una concausa cinese: l’America che è straricca di gas potrebbe aiutare gli europei a emanciparsi dall’eccessiva dipendenza dalla Russia (ogni presidente da Barack Obama in poi ha promesso di farlo); invece tante esportazioni di gas liquefatto americano sono dirottate verso la Cina che le strapaga. La Casa Bianca può fare poco, la logica di mercato riorienta le navi cisterna cariche di gas verso il cliente più redditizio.
Quarto. Il problema più inquietante nel lungo periodo: per accelerare la transizione verso zero emissioni, e anche per ridurre la propria dipendenza dal gas russo, l’Europa rischia di finire nelle braccia della Cina che ha un semi-monopolio su materie prime e componentistica dei veicoli elettrici. Il 2022 sarà l’anno dell’auto elettrica. Dietro i trionfi di Tesla, tutte le case automobilistiche tradizionali promettono di rovesciare sul mercato decine di modelli a emissioni zero: da Ford a General Motors, da Volkswagen a Stellantis. Le cellule di litio necessarie per le batterie delle auto elettriche vengono prodotte per il 79% in Cina, solo per il 7% in Europa e altrettanto negli Stati Uniti. Inoltre la Cina controlla l’80% dei prodotti chimici usati nelle batterie al litio. L’anno dell’auto elettrica e quello della resa al made in China rischiano di coincidere. Biden per lo meno ha un piano per promuovere l’industria nazionale delle batterie e ridurre i costi del 90% in un decennio.
Vista dagli Stati Uniti, l’Europa non ha le risorse militari per dissuadere Putin in Ucraina. Non ha quelle economiche, energetiche, tecnologiche, né soprattutto la coesione politica, per divincolarsi dalla manovra a tenaglia russo-cinese.

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