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Tre consigli per affrontare una situazione che abbiamo in qualche modo deciso, senza dircelo, perché non abbiamo la volontà politica di fare dell’Italia un Paese per giovani

Mentre si discute di eleggere una donna al Quirinale, facendone il simbolo di una società che evolve, prendiamoci un attimo per vedere cosa accade nell’universo ai piedi del Colle. Quest’anno, per la prima volta nella storia, vivranno nel nostro Paese più signore di ottantasei anni che bambine di meno di uno. Le donne in età fertile, dieci milioni e mezzo all’inizio di questo secolo, saranno sei milioni fra vent’anni. E poiché il numero di figli nati per ciascuna continua a calare, a uno dei livelli più bassi al mondo, questa demografia non è più un’ombra che incombe sulla nazione. È il nostro destino. Dobbiamo guardarla in faccia.
Farlo attraverso il prisma dei numeri non è difficile. Sono così clamorosi da risultare quasi spettacolari. Considerate questi, dedotti dai dati Istat: nei prossimi vent’anni — cioè, fondamentalmente, domani — la popolazione in età da lavoro calerà di 6,8 milioni di persone, la popolazione in età di pensione aumenterà di 6,6 milioni, mentre i bambini fra gli zero e i quattordici scenderanno di 1,2 milioni solo perché sono già pochi.
Non solo l’Italia non è un Paese per giovani ma, dati gli spostamenti inesorabili della demografia, non lo sarà mai. Non nel tempo delle nostre vite. Se lo diventerà, serviranno molti decenni ma nel frattempo noi dobbiamo arrivare vivi — economicamente, socialmente vivi — a quel momento. La conversazione pubblica deve dunque cambiare: non si tratta solo di chiedersi come modifichiamo il profilo demografico dell’Italia ma di come otteniamo, con questo profilo, la crescita e la tenuta sociale che ci servono a non fallire sul piano finanziario e a non andare alla deriva su quello politico.
Perché se siamo arrivati a questo punto — un Paese popolato fra vent’anni per un terzo da «anziani» — non è stato certo un caso. Siamo arrivati dove volevamo. Intendiamoci, non che faccia piacere a qualcuno questo incredibile squilibrio fra le età, ma in fondo pochissimi fra noi sono disposti — individualmente e collettivamente — a sobbarcarsi i costi necessari a cambiare traiettoria. Fra affrontare quei costi e accettare lo squilibrio scegliamo, fondamentalmente, lo squilibrio. L’assegno unico varato dal governo è una misura civile e male non farà, certo. I nidi d’infanzia del Recovery neanche, se avremo i soldi per pagarne il personale. Aiuta anche l’aver (faticosamente, clandestinamente) allargato per il 2021 l’immigrazione legale a 70 mila persone, benché sia sempre poco in un Paese dove nascono ogni anno trecentomila persone meno di quante ne muoiano.
In verità abbiamo deciso, senza dircelo, che non abbiamo la volontà politica di fare dell’Italia un Paese per giovani. L’approccio alle migrazioni appena più aperto di uno o due decenni fa oggi sembra un’eresia. Di spostare risorse verso il welfare familiare non se parla, che sia dalle pensioni o da altre assurdità nascoste nel sistema fiscale. Di dare più spazio e potere ai giovani nelle aziende neanche si parla, tanto che loro vanno all’estero a prendersi quello spazio partendo soprattutto dalle provincie italiane più ricche.
Smettiamo dunque di parlare di come l’Italia dovrebbe essere in teoria, dato che non abbiamo l’altruismo per farla diventare come diciamo di volere. Iniziamo a pensare a come può funzionare l’Italia com’è. Cioè, nel tempo delle nostre vite, uno dei Paesi più vecchi della Terra. E se ciò di cui abbiamo bisogno è una nuova mappa della vita, un manuale di sopravvivenza — produttiva, finanziaria, culturale e di un minimo di coesione — ecco allora alcuni consigli.
Uno. Smettiamo di chiamare «anziani» le signore e i signori fino ai 75 anni di età. Facciamo come raccomanda l’Istituto di Gerontologia dell’Università di Tokyo (lì se ne intendono) e chiamiamoli «pre-anziani». Quel «pre» segnala al resto del mondo che non devono essere necessariamente inattivi, non devono essere fatti sentire un peso per la società. Ci sono molte attività che si possono pensare per loro: lavori ritagliati per una «seconda vita», per chi vuole; ma anche più attività di quartiere, impegno nella società, più educazione da dare o da ricevere. In una parola, più dignità.
Due. Nel contratto di governo di un altro Paese anziano come la Germania c’è il voto ai sedicenni e coloro che oggi si oppongono sembrano lungimiranti (a chi scrive) come chi nel ’900 si opponeva al voto femminile. Se i sedicenni non paiono maturi per votare, bisognerebbe spiegare loro in modo convincente che tutti gli adulti di mezza età — la nostra generazione — invece lo sono. O magari bisognerebbe prendersi più responsabilità nell’impedire che videogame e social disarticolino definitivamente la capacità di ragionare degli adolescenti.
Tre. Daron Acemoglu e Pascual Restrepo sono due rari economisti che hanno studiato a fondo le conseguenze dell’invecchiamento. In «Demographics and Automation» mostrano che i Paesi dove esso è più avanzato fanno più ricorso alla robotica, per sostenere i ritmi produttivi in industrie fondate su lavoratori di mezza età. Lo fanno la Corea del Sud, la Germania, il Giappone. Lo fa molto meno l’Italia, dove il lento aumento annuale dei robot in fabbrica è una delle poche caratteristiche condivise con Paesi dal profilo demografico più dinamico. Anche in questo possiamo migliorare.
Massimo Livi Bacci, creativo come sempre a 85 anni, è lo studioso che più in Italia ha riflettuto a questi temi e ha molte idee sul disegno delle città e delle case per la «nuova» popolazione. Non possiamo smettere di pensarci. Nello scenario centrale dell’Istat l’Italia perde undici milioni di persone in età di lavoro nei prossimi 40 anni e 40 anni sono l’orizzonte di vita attiva dei nostri figli. Una riduzione di manodopera quasi paragonabile avvenne in Europa nel quattordicesimo secolo, con la peste, ma proprio quel cambio gettò le basi della rivoluzione borghese dando più potere ai pochi lavoratori rimasti. Anche il cambiamento di questo secolo, di cui faremmo volentieri a meno, può gettare le basi per qualcosa di nuovo: più rispetto della conoscenza per sostenere la tecnologia che ci serve, più apertura verso chi è diverso da noi, più rispetto del lavoro femminile che dovrà crescere. Ma lo stiamo capendo?

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