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La decisione di portare le spese militari al 2 per cento del Pil fu presa dall’Italia nel 2014. Nel tempo che da allora è trascorso, tale impegno, è stato sostanzialmente disatteso. Ma nessuno dei presidenti del Consiglio (tra i quali Giuseppe Conte) aveva mai rivelato d’averlo fatto in omaggio a Gandhi

Apensarci bene non è poi così importante che i senatori del M5S votino al Senato per l’aumento delle spese militari. Qualora decidessero di comportarsi in maniera difforme dai loro colleghi della Camera — i quali hanno votato a favore del provvedimento — darebbero solo un’ennesima testimonianza del caos che governa le loro procedure. Come è noto la decisione di portare le spese militari al 2 per cento del Pil fu presa dall’Italia otto anni fa, nel 2014. Nel tempo che da allora è trascorso, tale impegno, come capita non di rado, è stato sostanzialmente disatteso. Ma nessuno dei presidenti del Consiglio (tra i quali Giuseppe Conte) che hanno evitato di aggiungere una dozzina di miliardi agli stanziamenti per armi e soldati, aveva mai rivelato d’averlo fatto in omaggio a Gandhi. Adesso Conte annuncia che la decisione di opporsi (forse) all’aumento delle spese militari è legata, oltre ad una vocazione pacifista, a due percentuali. La prima è quella di un suo complicato ricalcolo delle spese stesse da cui risulterebbe che i miliardi da impegnare sarebbero due, tre, o anche meno. Magie dei conteggi. La seconda percentuale è quella dei voti che Conte prenderà oggi alle elezioni interne del M5S.
Elezioni alle quali l’ex presidente del Consiglio si presenta nella speranza di ottenere una consacrazione di proporzioni tali da consentirgli la messa all’angolo di Luigi di Maio (che però non figura ufficialmente come avversario). Una meta ambiziosa, certo. Gli auguriamo che la percentuale si avvicini al 98%, obiettivo non irraggiungibile visto che per quella conta interna corre senza rivali. Osserviamo solo che forse non era necessario coinvolgere in una elezione del genere l’Ucraina e gli adempimenti dettati all’Italia dall’appartenenza all’Alleanza atlantica.
D’altronde si può affermare che nemmeno le altre forze politiche si siano mostrate all’altezza delle ore che stiamo vivendo. Niente è venuto da parte loro che appaia destinato a restare impresso nella memoria. Fatta eccezione, va detto, per gli alti vertici dello Stato (a proposito: videro giusto coloro che un mese e mezzo fa — a differenza di chi scrive — si pronunciarono per la conferma di Sergio Mattarella al Quirinale e di Mario Draghi a Palazzo Chigi; chissà in che situazione ci troveremmo se le cose fossero andate diversamente). Doveroso è altresì dar atto ai segretari dei più consistenti partiti della sinistra e della destra d’aver preso una posizione netta. In uno stato però di percepibile isolamento: ben pochi sono stati, nelle formazioni di Enrico Letta e di Giorgia Meloni, quelli che hanno davvero dato man forte ai loro leader. Pochissimi.
Sul versante opposto, è giusto riconoscere al presidente della Commissione esteri del Senato Vito Petrocelli, al capo di Sinistra italiana Nicola Fratoianni e al segretario della Cgil Maurizio Landini di aver tenuto alta la bandiera anti Nato e di aver offerto un punto di riferimento nitido a coloro che fin dall’inizio hanno individuato negli Stati Uniti i principali responsabili della guerra in Ucraina.
Può apparire un rapporto sproporzionato a favore dei ben disposti alle ragioni di Zelensky. Ma non è così: tra questi ultimi i più si sono sentiti in dovere di bilanciare la propria presa di posizione ufficiale, con la manifestazione di un turbamento ispirato ai moniti di papa Francesco. Accompagnato, a destra, da una certa difficoltà a pronunciare il nome stesso di Putin. Il tutto corroborato da una generica invocazione di iniziative atte a riconquistare la pace. Come se da qualche parte si incontrasse qualcuno che, invece, ad un tale genere di trattativa è o è stato contrario. Difficile credere che potesse essere considerata una prova di ostilità al dialogo la risposta positiva dell’Occidente alla resistenza ucraina che fin dall’inizio ha implorato che le si desse una mano.
Nella politica italiana c’è stata però anche qualche sorpresa. Alcune positive, altre meno. A sinistra, Sergio Cofferati e Pier Luigi Bersani hanno ben spiegato quanto sia stato improprio «consigliare» ai resistenti ucraini (talvolta esplicitamente) di arrendersi. Per quel che sono e rappresentano non era detto che lo avrebbero fatto. Curiosamente Matteo Renzi, a un mese dall’inizio della crisi, è tornato a proporre Romano Prodi e Angela Merkel nel ruolo di mediatori. E lo ha fatto proprio nel momento in cui la Merkel in Germania ha cominciato ad essere criticata per aver favorito la dipendenza energetica del suo Paese dalla Russia. La portavoce storica di Prodi, Sandra Zampa, ha dichiarato che non c’è bisogno di «più Nato» bensì «degli Stati Uniti d’Europa». Lodevole. Peccato che il No alla Nato sia per oggi, il Sì agli Stati Uniti d’Europa, invece, per domani (forse anche dopodomani).
Carlo Calenda ha considerato sia giunto il momento per dichiarare la propria contrarietà all’ingresso dell’Ucraina nella Ue (peraltro già annunciata in passato). Matteo Salvini ha ritenuto fosse giunta l’ora di render nota la propria allergia alle armi (mai rivelata precedentemente). Silvio Berlusconi ha giudicato prudente non impegnarsi in qualche considerazione sul comportamento odierno dell’«amico Putin». In vista, dicono i suoi, della possibilità d’esser preso in considerazione per il ruolo di mediatore. Eventualmente al posto di Prodi o della Merkel qualora i due si ritraessero. Va notato che uno storico rivale del cavaliere, Carlo De Benedetti, ha pubblicamente avanzato il sospetto che dietro la ritrosia berlusconiana a pronunciarsi sull’autocrate russo si nascondano, più banalmente, questioni di soldi.
Se a tutto ciò si aggiunge che il Parlamento è pressoché paralizzato, che i famosissimi obiettivi del Pnrr sono scomparsi dall’orizzonte e già si annuncia l’elaborazione di un nuovo, aggiornatissimo, piano di resilienza, resta una sola considerazione: tra un anno — stavolta non si sfugge — ci saranno le elezioni politiche; e, se affronteremo in questo modo la parte che ci riguarda dell’ora più buia, stavolta corriamo davvero grandi rischi.

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