bandiera Europa

Mentre si lavora alle nuove sanzioni, al coordinamento dell’accoglienza profughi e agli interventi sull’energia, è stata deciso di fornire armi all’Ucraina e si va verso un’accelerazione significativa del processo di costruzione di un vero e proprio esercito europeo

Mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in maglietta verde militare, è asserragliato in un luogo segreto di Kiev per sfuggire ai bombardamenti russi, la reggia di Versailles, che ospita i leader europei per il vertice iniziato ieri, non sembra la scenografia più adatta per un incontro che affronti l’emergenza della tragedia alla quale stiamo assistendo. Le immagini contano.

Avremmo preferito quindi che i capi di Stato e di governo dell’Ue si fossero riuniti vicino all’Ucraina aggredita, piuttosto che tra gli arazzi della corte del re Sole. Certo, il summit era «programmato da tempo» come ricordano i diplomatici che hanno preparato la nuova agenda. Ma spostarlo non sarebbe stato impossibile. Non ne sarebbe rimasta danneggiata la volontà del presidente francese Emmanuel Macron (al quale va dato atto di aver insistito da tempo su quelle nuove responsabilità europee che oggi sono totalmente necessarie) di pilotare e indirizzare la discussione.
Queste riserve di opportunità non oscurano un panorama che gli scettici non avevano previsto, purtroppo illuminato giorno e notte dall’incendio che Putin ha appiccato ad un mondo esterrefatto. La reazione c’è stata e le prime indicazioni che arrivano dalla antica residenza dei Borboni di Francia lo confermano ulteriormente. I Ventisette si stanno muovendo, dimostrando — come ha sottolineato il presidente del Consiglio Mario Draghi — «un’unità di intenti e di azioni che è indispensabile mantenere». Accanto a loro, gli Stati Uniti sono usciti dall’incertezza che aveva contrassegnato la prima fase della presidenza Biden. Quella che si può chiamare questa volta senza timore di retorica la «comunità internazionale» non ha girato la testa dall’altra parte facendosi contagiare dal pragmatismo interessato di potenze calcolatrici come la Cina di Xi Jinping. Anche lo stesso voto delle Nazioni Unite, oltre alla lista nera degli amici di Putin, ha prodotto qualche segnale incoraggiante.
Nello scenario attuale, parlare di «diplomazia» può far pensare, sbagliando, alla futilità dei saloni di Versailles. Invece no, la diplomazia non è un pranzo di gala, proprio come la rivoluzione — la rivoluzione contro l’antidemocrazia — che l’occidente è chiamato questa volta a organizzare. Si deve negoziare, sempre, anche con i nemici. Una verità, questa, che l’esito negativo dei colloqui di ieri in Turchia tra la delegazione russa e quella ucraina non cancella. «Non possiamo fermare la guerra se Mosca non vuole», ha detto, molto semplicemente, il ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba. La disponibilità a discutere anche sulla neutralità del Paese può però in futuro sbloccare la situazione. Perfino le telefonate con Putin (ieri ce ne è stata una a tre con lo stesso Macron e con il cancelliere tedesco Olaf Scholz, che hanno chiesto inascoltati un cessate il fuoco immediato) sono tasselli di una soluzione-mosaico che prima o poi potrebbe vedere la luce. Forse anche la visita del discusso filo-russo Gerhard Schröder potrà essere utile.
Intanto — e lo abbiamo visto al vertice di Versailles — le nuove sanzioni, il coordinamento dell’accoglienza profughi (dopo il giusto via libera al meccanismo temporaneo di protezione) e gli interventi sull’energia sono i grandi dossier su cui bisogna andare avanti con la stessa velocità che si è prodotta alla fine di febbraio in quei «quattro giorni che hanno sconvolto l’Europa», come ha scritto su Le Monde il segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna, Stefano Sannino, riferendosi alla decisione di fornire armi all’Ucraina. Una decisione storica che non può non accompagnarsi, nel nuovo quadro di sicurezza disegnato dalla guerra di Putin, ad una accelerazione significativa del processo di costruzione di un vero e proprio esercito europeo. Il ghiaccio finalmente si è rotto.
Queste sono le cose da fare subito. Ma sul tavolo c’è anche la richiesta urgente di adesione all’Ue dell’Ucraina (presentata insieme a Georgia e Moldavia). Siamo veramente sicuri che sia la soluzione giusta il compromesso tra i fautori della rapidità straordinaria e quelli di una maggiore (anche se non indifferente) cautela, cioè l’ampliamento dell’attuale accordo di associazione e il rafforzamento della cooperazione in aree come il commercio e l’energia? Risuonano con forza, su questo problema, gli appelli lanciati da Zelensky e, ancora più recentemente, le parole rivolte da Kuleba ai leader europei in un articolo apparso ieri sul Financial Times: «È il vostro turno di fare la storia».
E l’Italia? Sta facendo la sua parte in un contesto di solida condivisione con gli alleati europei dopo le turbolenze di un passato recente. Certo può far riflettere che Biden consulti in video-conferenza Macron, Scholz, perfino l’inaffidabile Johnson, e non anche Draghi e magari Sánchez. Sono formule del passato, queste, che la «guerra di ieri», come è stata chiamata, ha finito per rispolverare. Nell’affrontare l’emergenza il governo ha però il vantaggio di un’opinione pubblica che nella sua stragrande maggioranza è totalmente solidale con le vittime dell’aggressione. Proprio per questo, se è vero che contano le immagini (e non solo), il presidente Zelensky dovrebbe parlare quanto prima anche nell’aula gremita di Montecitorio. Sarebbe una scelta giusta.

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