lepen macron

Il presidente uscente vede il bis, la spinta «anti sistema» non basta alla candidata dell’estrema destra: per lei la rimonta è altamente improbabile, non impossibile

Bandiera europea, accanto al tricolore. Palco enorme, tutto bianco- Emmanuel Macron è sorridente. Truccato. Provato. Smagrito, naso affilato. Qualche capello bianco sulle basette, qualche capello in meno sulle tempie. La moglie Brigitte è al suo fianco, sorride ai cronisti ma dice che lei non parla, parlerà soltanto lui. Due microfoni sulla giacca, per poter essere udito bene sia quando si volge a destra, sia quando si gira a sinistra.
Macron legge. Ripete la parola «Europa» almeno dieci volte. L’indipendenza della Francia e dell’Europa coincidono: «Vogliamo un’Europa forte, alleata con le democrazie. Non vogliamo una Francia che esce dall’Unione e si allea con l’internazionale populista». «Ringrazio quelle e quelli che mi hanno dato le loro energie giorno e notte».
Poi Macron ringrazia gli altri candidati, compreso Eric Zemmour, esclusa Marine Le Pen: «Noi sosteniamo le nostre convinzioni, ma rispettiamo quelle degli altri». Cita la socialista Anne Hidalgo, la neogollista Valérie Pécresse, il comunista Fabien Roussel, l’ecologista Yannick Jadot, che lo sosterranno al ballottaggio. Ringrazia Jean-Luc Mélenchon, sinistra radicale, per essersi pronunciato contro l’estrema destra.
Eppure Macron è consapevole di essere andato bene, non benissimo. «Nulla deve essere come prima. È il momento di inventare qualcosa di nuovo, per unire le sensibilità diverse, per preparare il futuro». Un nuovo metodo, forse un nuovo partito. «Un grande movimento popolare», che vada oltre i ceti privilegiati, che già lo sostengono. «Voglio convincere gli astenuti e gli elettori di estrema destra che il nostro progetto risponde meglio alle paure e alle speranze dei tempi». «Noi siamo per le auto elettriche, che non avranno bisogno di benzina. Siamo per la scienza, la ragione, la competenza. Siamo per l’umanesimo e per lo spirito dei Lumi. Siamo la Francia che lotta contro il separatismo islamista ma consente a tutti di professare la propria religione. Non siamo noi che impediamo ai musulmani e agli ebrei di pregare e di mangiare come vogliono!».
Macron avvisa che «nulla è deciso». «Domenica 24 aprile si gioca una partita decisiva per noi e per l’Europa». L’importante è «affrontarla con umiltà». Umiltà in parte mancata finora.
È una Marsigliese di sollievo, quella che risuona alla Porte de Versailles, dove sono riuniti i sostenitori del presidente.
Ed è una Marsigliese tronfia ma velata di delusione, quella che intonano i militanti di Marine Le Pen alla Porte de Vincennes, nella periferia popolare di Parigi.
Per tutto il giorno si sono rincorse voci che hanno gettato nell’inquietudine Macron e nel terrore la sua squadra: le indiscrezioni dei siti belgi lo davano sotto il 25%, testa a testa con Marine. Con una pandemia e una guerra in corso, il comandante in capo costretto a fronteggiare se non inseguire l’outsider che cinque anni fa aveva schiacciato con un plebiscito: uno scenario da incubo.
Quando, alle 20 spaccate, arrivano gli exit-poll, quelli veri, tutto cambia.
Macron è al 28%, Marine Le Pen è staccata di cinque punti. Resta per lei un risultato notevole: il massimo storico.
Questa domenica rimarrà comunque nella storia francese ed europea come una giornata indimenticabile. Le candidate dei due partiti che hanno fatto la storia della Quinta Repubblica non arrivano al 7%.
La neogollista Pécresse, presidente della Regione di Parigi, è sotto il 5. Al buffet, dove negli anni d’oro di Chirac e Sarkozy scorreva lo champagne, si serve solo acqua di rubinetto.
La socialista Hidalgo, che di Parigi è sindaco, è inchiodata a un umiliante 2%. E anche questo è un segnale della distanza che separa la capitale dalla Francia profonda. Clément Leonarduzzi, il potente capo della comunicazione dell’Eliseo, e Jonathan Guémas, che scrive i discorsi, sono ancora scuri in volto. Rinfacciano ai giornalisti la conferenza stampa del 17 marzo scorso, il vero esordio della campagna elettorale: quattro ore di processo. «Avreste dovuto essere sotto il palco ad ascoltare il presidente, non sul palco con lui a interrogarlo» sorridono amaro.
La verità è che Macron ha sbagliato i tempi. Attendeva la fine della pandemia per annunciare la ricandidatura. Tutto era pronto per un grande incontro a Marsiglia, città appena beneficiata con un miliardo e mezzo di fondi pubblici. È esplosa prima la crisi ucraina. E Macron ha creduto che i francesi l’avrebbero apprezzato di più in missione a Mosca, anziché in comizio sulle rive del Mediterraneo. Ha valutato che il clima d’emergenza avrebbe indotto i francesi a stringersi attorno a lui. Un calcolo riuscito solo in parte.
Al ballottaggio la maggioranza, salvo clamorose sorprese, lo voterà; ma sarà molto difficile per lui conquistare anche una maggioranza parlamentare alle successive elezioni legislative.
Comunque vada, davanti a sé Macron non ha cinque anni facili.
Di sicuro, ha due settimane di lavoro duro.
Già alle 20 e tre minuti, Anne Hidalgo invita a votare per lui. Poi interviene Valérie Pécresse. Non una cosa le è andata bene in questa campagna: ha perso la voce, ha preso il Covid. Il suo risultato è umiliante. I Repubblicani sono ai minimi termini, e per giunta divisi: Sarkozy non ha sostenuto la candidata ufficiale, cui preferisce Macron; ma Eric Ciotti, capo dell’ala destra del partito, annuncia che non sosterrà il presidente.
Tocca a Marine Le Pen. Allegra, non felice. Ha avuto molto, ma si aspettava di più. Soprattutto si attendeva un Macron più debole. Fa un discorso di sinistra, pensando all’elettorato di Mélenchon. Si proclama contro l’egemonia del denaro, a favore dei «vulnerabili», e del «diritto di andare in pensione in buona salute». Promette di voler colmare «la frattura sociale, territoriale, culturale, tecnologica, sanitaria». Poi strizza l’occhio a destra: «Rimetteremo la Francia in ordine. Salveremo lo Stato e la nazione». Chiusura con appello a tutti i francesi, «di destra e di sinistra».
Mélenchon si affaccia in tv e attende con impazienza che la Le Pen finisca. Ha raggiunto il 22%, è arrivato a un passo dal ballottaggio, ma è fuori; e ora ha in serbo un numero da istrione qual è. Gli altri parlano con una certa rigidità, che vorrebbe farsi solennità. Lui gesticola, si appoggia al podio, gigioneggia. Esordio lirico: «Stamattina era bel tempo, a Marsiglia. Le onde del mare luccicavano sotto il sole…». Filosofeggia sulla «condizione umana», come Malraux. Si rivolge ai suoi: «Conosco la vostra collera. Ma, vi prego: non commettete errori definitivamente irreparabili». E l’errore irreparabile sarebbe far vincere l’estrema destra. Per questo lo grida tre volte, più con sarcasmo che con convinzione, con l’aria di canzonare quelli che lo accusano di non schierarsi, più che di voler convincere i militanti: «Non dovete dare un solo voto a Madame Le Pen!».
Eppure gli analisti calcolano che almeno un quarto degli elettori di Mélenchon potrebbe sostenerla nel ballottaggio, in odio al sistema, all’establishment, alle élites, insomma a Macron.
Tocca a Zemmour. Ha tolto gli occhialini. Nel suo francese magnifico – senza accenti, senza una parola di troppo – dice cose terribili. Riconquista, il nome del suo partito, «andrà avanti fino a quando la Francia non sarà riconquistata». E ancora: «Ho sentito il grido di un popolo che non vuole morire. Un uomo venuto dal nulla», cioè lui, «ha preso due milioni di voti. Ho commesso molti errori, ma non sono diventato un politico: non ho mai mentito, non ho mai tradito». Poi l’annuncio: Zemmour vota e fa votare Le Pen.
Nel frattempo, le moto della polizia hanno scortato Macron in mezzo ai sostenitori. Dopo il discorso ufficiale, il presidente si ferma a parlare con i cronisti. «Se l’estrema destra è così forte, vuol dire che le cose non vanno così bene». Per questo servono novità.
Da lunedì la campagna ricomincia, Macron è atteso nel Nord, terra lepenista. Meno telefonate a Putin, più strette di mano ai francesi.
Il primissimo sondaggio sul secondo turno lo dà in testa: 54 a 46.
La vittoria di Marine Le Pen è molto improbabile; non impossibile.

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