Proprio sul digitale ci si dovrà chiedere se il dibattito avviato sull’eliminazione dell’obbligo ai pagamenti elettronici se richiesti rientri tra i problemi urgenti

>Siamo a uno snodo difficile per l’Italia. I numeri raccontano un Paese che sta correndo. Anzi, l’Istat certifica che quest’anno il prodotto interno lordo (Pil) è cresciuto del 3,9%. Le previsioni sono state smentite, fortunatamente, al rialzo. E questo nonostante una crisi energetica e l’invasione russa dell’Ucraina. Eppure, il senso comune del Paese, il sentimento diffuso, non è quello di un’Italia felice che si sta godendo la crescita. E non solo perché questa sia dovuta in parte a un rimbalzo dopo la frenata del Covid. Non tutte le aree del Paese crescono alla stessa velocità. Non tutti gli italiani ne beneficiano.
La ricchezza creata, il Pil, vede profonde differenze nella sua redistribuzione. Differenze figlie di un Fisco che tende a privilegiare chi è abile nello sfruttare i cavilli di un sistema che prevede centinaia di pagine di istruzione per la compilazione della dichiarazione dei redditi. Per non parlare delle quasi 150 agevolazioni fiscali. O la giungla di detrazioni e deduzioni che premia i più abili nello slalom tra le norme, o chi evade del tutto.
A questo si aggiungano le difficoltà croniche di una nazione assediata da una cattiva burocrazia. Alle enormi potenzialità di un’Italia che non si è mai arresa, si associa un diffuso disagio. Andare spediti sul Pnrr (Piano nazionale di rilancio e resilienza), come ricordato ancora ieri dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, diventa fondamentale. Come essenziale sarà farlo capire agli italiani e soprattutto alle strutture pubbliche, dai ministeri agli enti locali. Nessun alibi andrà tollerato.
Si potrà intervenire su singoli capitoli. Cosa, peraltro, che l’Europa ci ha sempre indicato come possibile e doveroso a fronte di una crisi drammatica nel cuore del Continente, al balzo dei costi dell’energia, a un’inflazione che, sebbene in potenziale rallentamento, falcia redditi e capacità di spesa dei cittadini e delle imprese. Ma altro è ridiscutere l’impianto del piano di rilancio.
La corsa del Pnrr non va rallentata perché per la prima volta in un progetto si tengono assieme le riforme e le azioni per garantirsi un futuro di sviluppo. Punta sulla crescita di quel Sud che rappresenta ancora, purtroppo, una potenzialità e non ancora la realtà di una metà del Paese che può contribuire in maniera sorprendente allo sviluppo. Indica la sostenibilità sociale, ambientale ed economica come asse portante. Trova nel digitale il motore di questa nuova Italia.
E proprio sul digitale ci si dovrà chiedere se il dibattito avviato sull’eliminazione dell’obbligo ai pagamenti elettronici se richiesti rientri tra i problemi urgenti. Tanto più che l’Italia in questo campo negli ultimi anni si è aggiudicata primati continentali. Italiana è la maggiore piattaforma europea sui pagamenti digitali. Italiana è la start up che sui pagamenti via telefonino si avvia a essere il maggiore operatore europeo. Tutto questo non può e non deve andare a scapito certamente di chi paga per le transazioni su quelle piattaforme. Anche se va detto che ormai la concorrenza sta determinando una discesa dei costi molto forte. E che lo stesso contante ha costi di gestione, di sicurezza, stoccaggio spesso superiori.
L’errore è pensare di risolvere la questione con lo sguardo rivolto al passato. Non solo perché tra il 2017 e il 2021 le transazioni digitali in Italia sono cresciute del 47% mentre la media europea è stata del 18%. Un chiaro segnale di preferenza degli italiani. O perché lo stesso Pnrr vede tra gli impegni proprio la spinta all’uso delle transazioni digitali.
Negli ultimi anni abbiamo recuperato, non del tutto e non in maniera uniforme, parte del gap con altri Paesi. Ci sono 33 milioni di italiani che hanno l’identità digitale con la quale chiedono certificati on line ai Comuni che si sono affrettati a sfruttare questa possibilità. Che interagiscono digitalmente per le proprie pensioni o l’Agenzia delle Entrate. Anche qui non sono certo tutti gli italiani; e con differenze geografiche notevoli.
Il nodo è proprio questo. Sappiamo che l’alfabetizzazione digitale rappresenterà una delle scommesse che se vinta ci garantirà di mantenere quei primati sulla manifattura e sull’export, che ci assicurano la crescita. Chissà, forse scopriremo nei prossimi mesi che proprio questo rinnovato orientamento al digitale di famiglie e imprese ci ha dato quella inattesa spinta al Pil.
Di sicuro, però, è una sfida che non potremo vincere lasciando indietro i più deboli. È necessario supportare chi rimane indietro affinché nessuno arranchi nell’inseguimento. Ma non lo si fa certo frenando il Paese. E nemmeno individuando arbitrarie soglie alle transazioni elettroniche. Tanto più che, proprio perché arbitrarie, variano in maniera inspiegabile costringendo a fughe in avanti e retromarce. Imponendo un obbligo di fatto, al contrario, all’uso del contante.
Le previsioni di crescita collocano il nostro Paese attorno a un più 0,5% per il Pil del 2023. È possibile fare di più? Il solo Pnrr se attuato nei tempi e nei modi previsti, fatte salve le modifiche di cui si diceva, è stato calcolato possa garantirci una crescita tra l’1 e il 2%. Possiamo essere più ambiziosi. Come nel 2022. Le previsioni indicavano una crescita attorno al 2,5%: ci avviamo a chiudere con un più 3,9%.
Certo, vanno indicate le priorità. Il governo le individua, le espone al Paese. Ne fa oggetto di discussione affinché ognuno per il proprio pezzettino possa fare la sua parte e contribuire allo sviluppo. Non è stato così negli ultimi giorni.

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