Sergio Mattarella

La ripetizione con convinzione della parola «dignità» ha punteggiato il suo discorso quasi più degli applausi ricevuti. Eppure il presidente non ha mai sorriso

Sergio Mattarella ha steso una grande tenda protettiva sul Paese e le sue istituzioni. Nella sua visione, deve contenere tutti. E deve fare in modo non solo che tutti ci si trovino bene, ma che la riconoscano come propria e ne rispettino i valori con un senso di responsabilità doveroso nei confronti di un’Italia in sofferenza. Le sue parole di pacificazione nazionale hanno, per paradosso, toccato «anche» la politica. Ma si sono proiettate oltre, con una visione fortemente impregnata di valori morali. Quel Parlamento che ha ritrovato una funzione e una dignità ricorrendo in extremis al capo dello Stato uscente, spingendolo, quasi costringendolo a rimanere al Quirinale, lo ha accolto con applausi liberatori.
Era come se quei «grandi elettori» uscissero dall’incubo di una delegittimazione che le trattative maldestre di molti capi partito su chi dovesse succedergli avevano avviato verso un vicolo cieco. È stata questa prospettiva sciagurata a indurre Mattarella a dire sì a una reinvestitura che sperava di avere scansato, dopo essere passato indenne, di più, vittorioso da un settennato a dir poco difficile.
Lo ha detto subito, che accettava di caricarsi sulle spalle il peso del secondo mandato perché temeva tensioni e incertezze prolungate in modo pericoloso: tanto da poter compromettere le risorse decisive e ingenti che l’Europa ha messo a disposizione dell’Italia.
Evidentemente, la situazione negli ultimi giorni della scorsa settimana si stava avvitando in maniera imprevedibile. Poteva aprire la strada a lacerazioni politiche delle quali le tensioni seguite alla sua elezione sono conferme a posteriori. Mattarella e l’anomalia di un secondo settennato suonano come una sorta di punto fermo, di garanzia di stabilità e di antidoto contro le tentazioni di nuovi salti nel buio. Ma nelle parole pronunciate davanti al Parlamento in seduta comune non ci sono state concessioni alla «piazza» dell’antipolitica. L’insistenza sulla centralità delle Camere, la sottolineatura del ruolo fondamentale dei corpi intermedi, perfino le critiche alle logiche di appartenenza di una parte della magistratura sono sottolineature di una ortodossia costituzionale e democratica rassicuranti.
Il pantheon di Mattarella è prevedibile nella sua idea di unità, di compattezza, di rigore, e insieme di distinzione e rispetto delle competenze di ogni istituzione. Nella sua ottica la prevedibilità è una forza, una risorsa dell’Italia, e non un limite. Il compito che continua ad assegnarsi, senza neanche un solo accenno alle suggestioni di un mandato a tempo, accarezzate strumentalmente da alcuni, è di accompagnare l’Italia alla normalità. Una normalità costruita non sugli stereotipi e sulle scorciatoie, ma sulla consapevolezza dei punti deboli; e sulla determinazione a superare disuguaglianze date troppo ipocritamente per scontate e dunque «fisiologiche». Per lui, la vera modernità deve essere questa. La ripetizione con convinzione della parola «dignità» ha punteggiato il suo discorso quasi più degli applausi ricevuti.
Il valore e l’eccezionalità del governo di Mario Draghi, con una maggioranza così larga, che contribuisce a garantire i rapporti con i «Paesi amici» e accentua il peso e la credibilità dell’Italia all’estero; l’esigenza di rimanere nel gruppo di testa europeo e ottenere che la svolta solidale dell’Ue diventi irreversibile; l’obiettivo di scoraggiare le «esibizioni di forza» a livello internazionale e di evitare l’ipoteca dei poteri economici sovranazionali che aggirano le democrazie: sono tutti punti fermi che il presidente della Repubblica allinea, spiega e addita alla riflessione di chi lo ha eletto e di chi lo riconosce come punto di riferimento.
Non si può non rilevare che Mattarella non ha sorriso mai: come se sapesse che la sua tenda simbolica sarà sottoposta nei prossimi mesi e anni a tensioni forti, perfino a tentativi di strappo. Il capo dello Stato sembra rendersi perfettamente conto che l’entusiasmo raccolto nell’immediato presto dovrà confrontarsi con i problemi sociali, con un malessere esasperato dalle sacche di povertà e gonfiato dalle tentazioni di strumentalizzarlo a fini politici. I fantasmi del razzismo e dell’antisemitismo, le pulsioni populiste sono in ritirata ma non sconfitti. Culturalmente, basta registrare la violenza sulle donne per comprendere quanto una convivenza e un’uguaglianza che cominciano nelle famiglie e nella società siano tuttora non scontati.
In più, i prossimi mesi preannunciano una campagna elettorale dura, e una riscrittura della geografia politica che può scuotere una stabilità offerta nell’ultimo anno dai due garanti Mattarella e Draghi; ma tutta da verificare, perché i lividi lasciati dalle votazioni dei giorni scorsi sono ancora ben visibili. Gli applausi ripetuti del Parlamento a Mattarella non possono essere ritenuti sufficienti a cancellarli. Già in passato si è assistito a un’approvazione corale, trasversale, delle parole di un capo dello Stato, contraddetta nello spazio di pochi mesi da comportamenti opposti. C’è da sperare che stavolta vada diversamente.

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