Il monitoraggio effettuato in tempo reale consente al governo di Kiev di reagire in modo rapido ed efficace

Efficace durante le presidenziali Usa del 2016 e la Brexit, oltre che nel seminare discordia in Europa e negli Usa durante la pandemia, è stata mobilitata anche alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina. Ma stavolta i risultati, soprattutto in Occidente, non sono stati devastanti. Troppo evidenti i crimini dell’armata di Putin, ma anche pronta la reazione di Zelensky, Casa Bianca e Ue.
D ecisiva l’azione dell’esercito digitale che in Ucraina combatte una battaglia parallela a quella in campo aperto: la guerra dell’informazione. Ma anche efficace il blocco, in Europa e negli Usa, dei canali «emersi» della propaganda del Cremlino travestiti da siti neutrali d’informazione, da RT a SputnikNews.
Non che i governi liberali possano pensare di aver vinto la partita: il vento contrario di fattori ideologici e tecnologici resta forte. Nelle destre sovraniste europee — dalla Le Pen a Orbán passando anche per ambienti politici italiani, soprattutto di area leghista — e in quella americana che fa capo all’ex presidente Trump, Vladimir Putin continua ad essere ammirato: un leader autoritario capace di imporre, anche con la forza, valori ultraconservatori e dell’integralismo cristiano che nell’Occidente del relativismo culturale sono stati marginalizzati.
Con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, poi, è possibile costruire strumenti di disinformazione sempre più raffinati, penetranti e difficili da intercettare. Nel primo conflitto combattuto con un uso massiccio dei social media, Mosca, maestra di desinformatsiya fin dall’era di Stalin, ha messo in campo il suo esercito di hacker capace non solo di distribuire false informazioni in tutto il mondo in molte lingue, ma anche di produrne in modo automatico attraverso i sistemi di machine learning: macchine che valutano in tempo reale il comportamento di differenti gruppi demografici di utenti e inondano la rete di nuovi messaggi simili a quelli che hanno fatto più presa sulle varie audience.
Ma se in passato le campagne di disinformazione in Occidente sono passate quasi inosservate — sottovalutate o, addirittura, scoperte con mesi di ritardo con effetti tuttora difficili da valutare su alcuni risultati elettorali e la persistenza delle campagne no vax — con la guerra in Ucraina tutto cambia: il monitoraggio della disinformazione viene fatto in tempo reale da vari osservatori (soprattutto istituti Usa) mentre il governo di Kiev reagisce prontamente dimostrando nell’arco di pochi minuti la falsità delle narrative veicolate da Mosca. Anche Dipartimento di Stato e Pentagono diffondono con prontezza informazioni e immagini satellitari che smentiscono il Cremlino, colto alla sprovvista anche dalla scelta di Joe Biden di rendere pubbliche fin dall’inizio della crisi informazioni raccolte dai suoi servizi segreti, anche a costo di bruciare qualche fonte di intelligence. Intanto, anche gli ucraini cominciano a usare, sia pure in casi limitati e in modo non sistematico, lo strumento della disinformazione.
Essere riusciti a contenere, e spesso a neutralizzare, gli effetti di quest’onda di disinformazione è un risultato straordinario se pensiamo che NewsGuard, un software che individua e segnala le notizie provenienti da fonti non affidabili, ha individuato ben 172 organizzazioni che diffondono notizie false a vantaggio della Russia. Di queste, 61 sono in inglese, 33 in francese, 20 in tedesco e 16 in italiano. Tra loro molti siti della propaganda di Mosca, dalla Tass a Sputnik, ma anche misteriose entità private come OneWorld.press: un centro di disinformazione filorussa che si definisce un think tank, ma del quale non si conoscono la proprietà né le fonti di finanziamento. NewsGuard, poi, ha scoperto che il dominio Internet del sito è registrato a Mosca.
Tra le narrative false messe in giro: i laboratori per armi chimiche attivi in Ucraina, costruiti con l’aiuto americano, le immagini di soldati americani paracadutati in Ucraina (in realtà foto di esercitazioni svolte negli Usa nel 2016 a Fort Bragg), i soldati-bambini mandati in prima linea dall’Ucraina. Ma, benché non organizzata e sistematica, ora si affaccia anche una disinformazione filoucraina: dalla leggenda del Ghost of Kiev (un inesistente asso dell’aviazione ucraina che avrebbe abbattuto molti aerei russi) all’accusa (infondata) a Mosca di aver lanciato missili contro un deposito di scorie radioattive.
Ancora più accurato il censimento del traffico di Twitter sulla guerra eseguito dalla Annenberg School of Communication della University of Southern California: su 9,5 milioni di siti che usano hashtag riferiti al conflitto russo-ucraino, ben 650 mila account sono stati creati dopo l’inizio dell’invasione. Ma, a distanza di più di un mese, i risultati ottenuti dalla disinformazione russa appaiono modesti, rispetto alla vastità della campagna. Questo, però, vale solo per l’Occidente: la propaganda russa in spagnolo ha grande successo in America Latina mentre la disinformazione del Cremlino, sostenuta dalla Cina (non solo dal governo ma anche dalle piattaforme social, da WeChat a Douyin di ByteDance) trova vaste audience in Asia, dal Pakistan, al Bangladesh a Indocina e Indonesia.
Ma oggi il vero problema di Putin è la resistenza delle liberaldemocrazie mentre ora lui è costretto a preoccuparsi soprattutto dell’impatto interno delle notizie sui crimini di guerra che, nonostante tutte le censure, trapelano anche in Russia. Costringendo il ministro degli Esteri Lavrov e il portavoce del Cremlino Peskov a esporsi in prima persona per smentire i massacri documentati da giornalisti di molti Paesi e registrati dall’occhio dei satelliti, Putin dà la sensazione di essere a corto di munizioni anche nella guerra mediatica.

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