Guerra

Il Parlamento italiano ha condiviso l’analisi di Zelensky e l’ha fatta propria. Draghi ha sottolineato di volere Kiev nell’Unione europea

«L’Ucraina è il cancello, ma è in Europa che vogliono entrare». Applaudendo ieri il presidente Zelensky, il Parlamento italiano ha condiviso questa sua analisi, e l’ha fatta propria. È un passaggio decisivo della nostra politica estera, e per molti aspetti una svolta. Per vent’anni una parte importante della politica italiana ha sperato in vario modo di poter essere amica di Putin, e di riceverne perciò un trattamento speciale. Nello stesso Parlamento in cui ieri il presidente ucraino ha accusato l’autocrate di Mosca di essere l’unico responsabile della carneficina nel suo Paese, siedono molte forze politiche che si erano fregiate di una «relazione speciale» con Putin, e l’avevano fatta valere anche in politica interna.
Dell’ammirazione personale di Berlusconi, al limite della venerazione, sappiamo tutto. Dei rapporti di Salvini e Savoini, inviato speciale della Lega a Mosca, si è occupata perfino la magistratura. Della generosità con cui il governo di Giuseppe Conte aprì le porte a una missione medico-militare russa durante il Covid, stiamo apprendendo molto in queste ore. Eppure ciò non ha impedito al nostro Parlamento di invitare Zelensky, di ascoltarlo, di applaudirlo e di prendere attraverso il governo un impegno solenne nei confronti dell’Ucraina: aiutarla a difendersi (anche con l’invio di armi, unico modo per difendersi in guerra) e aiutarla a entrare nell’Unione europea (perché la considera parte della nostra stessa comunità ideale e politica). Vedremo quanto a lungo durerà questa compattezza, e soprattutto se reggerà a prove più dure per tutti noi, esposti come siamo al ricatto energetico del Cremlino. Ma, per ora, troppo brutale, troppo ingiustificata, troppo disumana è stata l’aggressione militare di Putin perché ci potessero essere dei distinguo.
Naturalmente, al solito modo degli ignavi, più di 350 parlamentari hanno disertato la seduta, forse perché semplicemente distratti, indifferenti, in altri affari affaccendati; o impauriti, o neutrali tra l’aggressore e l’aggredito, come il senatore pentastellato Petrocelli che vorrebbe togliere la fiducia al governo e non si capisce a che titolo possa restare presidente della commissione Esteri a nome del partito che sia Conte, sia Fico, sia Di Maio hanno schierato contro l’aggressione. O addirittura perché, come la senatrice Granato, ennesima profuga della diaspora dei Cinquestelle, tifano apertamente per Putin, che «sta combattendo una battaglia non solo per la Russia ma per tutti noi». Ma dal punto di vista politico, quando persino i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, maggior partito di opposizione, riconoscono a Zelensky di essere un «leader europeo» che va aiutato in tutti i modi, ci possono essere pochi dubbi sulla posizione del nostro Paese: l’Italia — nelle parole di Draghi — vuole l’Ucraina libera e la vuole nell’Unione europea.
Dal canto suo Zelensky non ha usato la tribuna del nostro Parlamento per cercare l’effetto retorico. Non ha fatto paragoni con la nostra storia, come pure aveva fatto con altri Paesi, e nonostante tutti coloro che davano per certo un confronto con la Resistenza o un accenno a Bella Ciao, la canzone internazionale della libertà che anche a Kiev oggi si canta. La sua è stata una scelta saggia, perché la storia non si ripete mai, e quella ucraina è abbastanza drammatica di suo per aver bisogno di paragoni. Non ha neanche detto una parola contro la Russia, e non ha neanche citato personalmente Putin. Ha chiesto solo aiuto a fermare la guerra e la distruzione del suo popolo: facendo pagare un prezzo all’invasore, con altre sanzioni e con il blocco dei beni dei cleptocrati amici del Cremlino, che vengono a spendere nel nostro Paese, nelle loro ville e sui loro yacht, i loro immensi patrimoni. Ha chiesto aiuto ad evitare che Mariupol, una città grande quanto Genova, possa essere distrutta; o Kiev, culla della civiltà slava quanto Roma lo è stata di quella latina.
Zelensky non ha detto insomma nessuna di quelle cose per cui i suoi critici da salotto televisivo lo accusano ogni sera di bellicismo, tipo la richiesta di una «no fly-zone» o di altri armamenti. E prima di collegarsi con Montecitorio aveva anzi esplicitamente affermato che è pronto a discutere di tutto, dalla Crimea al Donbass, purché Putin accetti di trattare con lui, unica garanzia di un dialogo vero, e si fermi la guerra, si fermi il sacrificio di migliaia di civili, di donne e bambini.
Una richiesta sacrosanta, e un appello al negoziato per ottenere il cessate il fuoco. A chi da noi sostiene che l’Ucraina, sotto minaccia di morire come nazione, deve trattare, ma si guarda bene dal rivolgere la stessa intimazione a chi la guerra l’ha cominciata, e di trattare non sembra avere alcuna voglia finché non ha preso abbastanza scalpi sul terreno da poter dichiarare vittoria, il presidente ucraino ha dato ieri una prova di moderazione e di amore per il suo popolo martoriato. Non è vero che si è illuso di poter vincere. Ma è sicuro che il suo popolo non può e non deve perdere. E noi con lui.

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