Onesto sarebbe dire agli italiani che tocca coprirsi bene per il lungo inverno e faticare tutti un po’ di più per come si può, per quanto le forniture energetiche lo consentiranno

Le promesse prima del voto, si sa, valgono quanto quelle, proverbiali, dei marinai. Del resto, nessuno può pretendere che, andando a chiedere appoggio ai cittadini, un candidato offra loro «sangue, fatica, lacrime e sudore», come Churchill nel famoso discorso del maggio 1940 alla Camera dei Comuni. Erano tempi di guerra, quelli, non di elezioni generali. Il problema è che anche questi lo sono, benché in modo assai diverso e sia pure in sciagurata concomitanza con una tornata elettorale.
Ed è quest’ombra bellica immanente ciò che accentua il senso di straniamento dal quale è attraversato il discorso pubblico approssimandosi al 25 settembre. Mai nella nostra storia repubblicana una campagna elettorale era apparsa così scollegata dalla realtà.
Perché, parliamoci chiaro, forse non avremo davanti «la più terribile delle ordalie», come quella prospettata agli inglesi durante l’aggressione hitleriana. Ma di sicuro è surreale sentire, spesso dalla voce del medesimo leader, paventare al mattino una strage delle imprese e la deindustrializzazione del Paese quale contraccolpo delle sanzioni a Putin e, alla sera, promettere una tassa piatta che costerebbe varie decine di miliardi alle nostre casse già sforacchiate dal debito pubblico con tanto di condono fiscale annesso. Può apparire spiazzante ascoltare in tv il grido di dolore delle prime aziende in crisi assieme ad analisi sul gelo incombente e sul razionamento venturo, e leggere al tempo stesso programmi di partito o di coalizione che giurano di innalzare le pensioni, garantiscono assegni universali, libri e doti ai diciottenni, stipendi aggiuntivi e cornucopie di benefici per tutti, dando per raggiungibili incrementi di welfare nel più assistito e assistenziale dei Paesi occidentali.
Onesto sarebbe dire agli italiani che tocca coprirsi bene per il lungo inverno e faticare tutti un po’ di più per come si può, per quanto le forniture energetiche lo consentiranno. Spiegare loro che per qualche anno ci sarà, sì, da sperare in salvagenti, ma non certo da attendersi regalie. E che meglio sarebbe stato non abbattere un governo di semi-unità nazionale nel bel mezzo di una crisi planetaria per poi chiedere a quello stesso governo, ormai in carica solo per gli affari correnti, di toglierci dalle peste.
Ora siamo alla fiera delle buone intenzioni, tutte destinate al falò. Analisti e cacciatori di bufale sostengono senza girarci attorno che nessuno o quasi tra gli impegni più importanti assunti dai concorrenti del 25 settembre abbia serie possibilità di essere realizzato nel breve o nel medio periodo. Non a torto un politologo serio come Giovanni Orsina chiariva l’altro giorno su La7 che i programmi politici vanno presi come orientamenti di massima: si capisce insomma che il Pd sarà attento ai diritti civili o che Fratelli d’Italia terrà molto a cuore la famiglia tradizionale, ma più in là è arduo andare perché la realtà cambia vorticosamente e, come Covid e guerra ci hanno mostrato, ci troviamo nell’impossibilità di fare previsioni serie non da qui a un anno ma da qui a due mesi.
Secondo la squadra di fact-checking di Pagella Politica, il 96% delle promesse contenute nei programmi elettorali sarebbe senza coperture: coalizioni e partiti hanno promesso circa 330 misure, «solo in 13 casi hanno detto dove prenderanno le risorse per finanziarle». Naturalmente tutti affermano di contare sul recupero dell’evasione fiscale, come se si potesse farvi davvero affidamento in un Paese che ha 106 miliardi di evasione l’anno e 1.100 miliardi di cartelle esattoriali non riscosse (altro che saldo e stralcio…). Chi annuncia qualche taglio di spesa pubblica in genere si guarda bene dal dire in quale settore.
Non appare insomma così strano che, ormai a pochi giorni dall’apertura dei seggi, la percentuale di indecisi sia arrivata al 42%: e c’è da pregare che ad essa non corrisponderà il tasso reale di astensione e che almeno un 10% di chi non sa ancora cosa votare si decida a votare comunque, evitando così di minare la base stessa della nostra convivenza. Già in un’analisi dello scorso inverno (e dunque prima degli ultimi affanni che ci affliggono) Alberto Brambilla notava come le promesse dei partiti «sono talmente tante e insostenibili finanziariamente che buona parte non viene mantenuta, aumentando così il rancore degli italiani verso la politica». A tale rancore pare aggiungersi adesso una percezione, diciamo istintiva nel corpo elettorale, sulle inquietanti dimensioni dell’area grigia, del non-detto, all’interno delle coalizioni. È come se si mettesse in cartellone una partita di calcio sapendo già, sin dagli spogliatoi, che in realtà se ne giocherà una di pallacanestro. L’equivoco, certo, è stato alimentato da una legge elettorale ambigua e pericolosa che, tenendo insieme il peggio del sistema proporzionale e di quello maggioritario, costringe ad alleanze fasulle chi molto probabilmente non avrebbe la coesione minima per governare più di sei o otto mesi. Ma l’area grigia adesso è ingigantita da un convitato di pietra nel dibattito esterno e interno ai gruppi politici: Vladimir Putin.
Nulla può corrispondere ai proclami dei leader su fisco, welfare, riforme, spesa pubblica, perché il vero grande tema continua a riemergere dalla realtà, amplificato dai travagli di questi giorni, e distorce qualsiasi programma, che infatti risulta subito vecchio e irrealistico appena lo si scorra: è il tema della guerra, delle sanzioni e in definitiva del decisivo scontro tra democrazie liberali e regimi autoritari postmoderni. In qualche misura, a parte pudiche affermazioni sulla fedeltà atlantica e sul sostegno all’Ucraina, il tema viene eluso dal copione delle promesse elettorali. Ed è questo che crea l’effetto menzogna: come se si potessero davvero impegnare con leggerezza altri danari pubblici o alterare le entrate fiscali senza sapere se, da qui a primavera, il dittatore di Mosca avrà centrato o no i suoi obiettivi; come se il destino dell’Europa libera non avesse effetti sulle nostre bollette, sui nostri risparmi, sulla qualità del nostro futuro. Spiegare agli italiani quanto la differenza tra una democrazia e una democratura possa pesare pure sul loro borsellino sarebbe, quello sì, un canovaccio di realismo con cui sostituire tante pagine di parole al vento.

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