Fonte: Corriere della Sera

ANSA - La Stampa

di Ernesto Galli della Loggia

Sabato scorso a Rimini, nel primo discorso pubblico dopo il 4 dicembre, al di là della sua nota capacità di un eloquio popolarmente accattivante e al di là di alcuni prevedibili strali polemici, Matteo Renzi non è andato. Insomma: nessuna riflessione di qualche spessore sull’Italia e sul mondo; solo l’auspicio di elezioni il più presto possibile. È stata la conferma della scelta, da parte dell’ex presidente del Consiglio, di una delle due strade che gli si sono aperte davanti in seguito alla sconfitta sul referendum istituzionale. La prima strada era quella della Grande Assenza. Ritirarsi da tutte le cariche (inclusa dunque la segreteria del Pd) e raccogliersi in un non breve silenzio a meditare sulle cause della vittoria del No, per capire gli errori commessi e poi rientrare sulla scena in modo realmente diverso da come ne era uscito. In certo senso come un’altra persona. Cioè dopo aver compreso che per essere fedele alla sua immagine iniziale di «uomo nuovo» in lotta contro il «sistema» (l’immagine delle ormai mitiche elezioni europee) era necessario reinventarsi interamente rispetto al Renzi che era andato perdendosi e spegnendosi nella seconda parte del suo governo. Ma per imboccare questa strada erano necessarie due premesse. Convincersi che quello del 4 dicembre non era stato un incidente di percorso ma una vera e propria Waterloo; e poi credere fino in fondo, orgogliosamente, nelle proprie idee: come i veri politici sanno fare, come i veri politici devono saper fare.
Egli insomma avrebbe dovuto dare una sorta di appuntamento ai suoi avversari: «Avete vinto. Bene, ma la vostra vittoria (con in più la sentenza della Corte costituzionale sull’«Italicum») vi consegna un sistema ingovernabile, mentre il Paese è ancora alle corde. Vediamo che cosa riuscite a fare. Arriverà presto il giorno in cui vi accorgerete che sono io la sola risorsa di cui in realtà disponete». Renzi invece ha imboccato la seconda strada. Ha mostrato di credere che il 4 dicembre non fosse stato altro che un incidente di percorso, un noioso contrattempo. Si è dimesso sì, ha lasciato il governo, ma solo per battezzarne uno pieno di gente sua a lui fedele e restare quindi come un’ombra dietro le quinte nella parte non proprio esaltante dell’aspirante burattinaio. Ha fatto capire che al massimo intendeva saltare un giro — nel partito neppure quello — ma nulla di più. Dopo pochissimo ha ricominciato a twittare, a far trapelare, a lasciar capire. Insomma: piuttosto che la parte del Grande Sconfitto ritiratosi sotto la tenda ha deciso di fare la parte del capo corrente attaccato al telefono. Con l’obiettivo, sabato apertamente dichiarato, di andare al più presto ad elezioni anticipate: quasi per cancellare con un nuovo appuntamento elettorale, egli spera coronato dal successo, quello precedente andato così male.

Ma è una strada con due incognite non da poco
Innanzi tutto: e se alla fine le elezioni anticipate non dovessero esserci? E ancora: e se Renzi dovesse perderle? Circa la prima eventualità basta una considerazione: per segni espliciti o impliciti presidente della Repubblica e presidente del Consiglio non sembrano essere per nulla d’accordo sulle elezioni anticipate. Ebbene: si può immaginare uno scioglimento delle Camere contro la loro volontà? Sembra alquanto difficile. Circa la seconda eventualità, per parlare realmente di vittoria — dato che se si va alle elezioni in tempi brevi vi si andrà per forza con una legge elettorale ispirata in linea di massima ai criteri stabiliti dalla Corte costituzionale — sarà necessario, come ha detto lo stesso Renzi, raggiungere il 40 per cento dei voti. Un’impresa, però, che con il Pd da solo appare impossibile. Alleandosi con chi, allora, dando tra l’altro per scontato che qualunque alleanza sulla destra o sulla sinistra comporterà inevitabilmente un’emorragia di voti sul lato opposto? E quale richiamo potrà poi avere una lista elettorale, in caso di alleanza necessariamente fondata sul compromesso dei programmi e su un’ovvia eterogeneità di nomi? Davvero Renzi pensa di poter raggiungere il 40 per cento dei consensi presentandosi insieme ad Alfano o, in alternativa, insieme a Vendola?
Comunque la si consideri, insomma, senza l’elemento del ricatto implicito nel meccanismo del ballottaggio (se non voti per me vince il tuo nemico assoluto), la prospettiva della rivincita elettorale si presenta altamente problematica. Ma che ne sarebbe di Renzi se non vincesse neppure stavolta? In realtà, scegliendo le elezioni anticipate egli si sta giocando la carta principale della sua fortuna politica: la diversità delle origini. Lo fa, sospetto, perché ha avuto paura. La paura di essere fatto fuori ma soprattutto la paura di tutti i politici italiani: quella di non apparire più nei telegiornali, di non essere più intervistati e di non sentire più ogni minuto lo squillo del cellulare. La paura del vuoto. Che pure è quel vuoto che serve a pensare, magari anche a leggere un libro, e dunque a capire, a liberarsi dagli errori passati. Insomma Matteo Renzi non se l’è sentita di essere il Cincinnato della Repubblica. È proprio così, però, che rischia di finire come un Bersani di Pontassieve.

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