Ambiente2

I grandi vertici internazionali hanno prodotto ben pochi risultati, anche perché il pianeta ha diversi livelli di sviluppo e quindi occorrono misure diverse

Il verde della transizione ecologica pare l’indispensabile colore del Ventunesimo secolo: ma non tutti potranno permettersi d’indossarlo.La grande questione climatica, chiamata ormai in causa a ogni evento meteo di vaste proporzioni (i tornado smisurati che hanno piagato di recente sei Stati americani sono solo l’ultimo rigo del lungo cahier de doléance ambientalista), sembra riassumere in sé molte delle pulsioni ideali del secolo scorso, frammentandole e riproponendole in una forma antica e insieme inedita. È una sorta di lotta di classe in parte asimmetrica: tra chi ha e chi non ha, tra Paesi agiati e disagiati, tra nazioni giovani e vecchie, tra le nuove generazioni e quelle dei padri e dei nonni, tra democrazie delle energie rinnovabili e democrature del carbon fossile, tra chi ha inquinato sviluppandosi e chi rivendica il diritto di farlo adesso per potersi sviluppare, senza soverchi intralci dal sapore paternalista.
Chi provava nostalgia per le ideologie estinte può consolarsi, insomma, poiché i nostri ragazzi si troveranno immersi in una immensa questione ideologica nella quale Greta Thunberg, Vanessa Nakate o Dominika Lasota sono solo l’avanguardia più appariscente di un dibattito globalizzato tumultuoso e contraddittorio. Basta del resto la proposta di nuovi standard di efficienza energetica per le case europee da raggiungere entro il 2033, lanciata dalla Ue (e subito ridimensionata dal vicepresidente Timmermans: s’era parlato di divieto di affitto e di vendita per gli immobili di classe più bassa), per scatenare il panico e la comprensibile rivolta di milioni di piccoli proprietari nonché un’onda improvvisa di populismo antiambientalista («gli euroburocrati ci espropriano dell’appartamento!»).
Insomma, la faccenda è molto più complicata di uno spot sull’energia pulita o di uno slogan contro il bla bla bla. E il punto di equilibrio, da qui ai prossimi trent’anni, andrà cercato percorrendo un sentiero in salita e irto di conflitti. Occorre dar fondo a tutte le scorte di ottimismo della volontà per trovare note di conforto nei recenti G20 e Cop26, appuntamenti planetari presentati come decisivi per il futuro delle nuove generazioni e rivelatisi, come sempre, sfuocati e interlocutori. Bisogna aggrapparsi al magistero di Bergoglio, il Papa dell’enciclica Laudato Si’, per trovare il senso di una sfida di civiltà solidale di fronte a ferite da «guerra mondiale» e a un paradosso crudele e straordinario: il continente più piagato dal cambiamento climatico, l’Africa, con le sue incombenti desertificazioni, è anche quello che meno di tutti ha contribuito a provocarlo, povero com’è di strutture e industrie. «La civiltà richiede energia, ma l’uso dell’energia non deve distruggere la civiltà», ricordò il Pontefice già tre anni fa alle multinazionali di gas e petrolio: uscire da questo Comma 22 globale richiede equilibrio e compensazioni, nelle nazioni e tra le nazioni.
Ma la realtà è per ora assai diversa, a cominciare proprio dal nulla di fatto a Glasgow sul fondo annuo di cento miliardi di dollari che avrebbe dovuto indennizzare i Paesi meno sviluppati e più penalizzati. Non c’è nulla di puro e semplice, di buono e nobile in una transizione dura e sporca che chiama e chiamerà in causa direttamente stili di vita e di consumo, tensioni tra chi possiede il superfluo e chi vorrebbe avere il minimo, modelli di produzione e catene di valore, dunque nulla di meno dei posti di lavoro di milioni e milioni di persone e delle prospettive di sviluppo di decine di Paesi disagiati. Nessuno può immaginare di non essere toccato, in Europa (si pensi alla rivolta dei Gilet Gialli contro gli aumenti di tasse sulle emissioni di CO2 voluti da Macron) e a casa nostra: così, se il Comitato interministeriale alla transizione ecologica decide di allinearsi alla roadmap europea che prevede lo stop ai veicoli a combustione interna nel 2035, sono immediate le reazioni della filiera automotive e non mancano associazioni che chiedono al governo «un ripensamento», paventando la perdita «al 2040, di circa 73.000 posti di lavoro», un colpo all’occupazione che le nuove professionalità legate all’elettrificazione dei veicoli «non basterebbero a compensare», si afferma.
L’obiettivo sbandierato di restare sotto la soglia di un grado e mezzo di riscaldamento globale è un totem se non accompagnato da misure coerenti. Ma il nodo per ora inestricabile è che queste misure non possono essere uguali per tutti, perché il pianeta ha diversi livelli di sviluppo. La contraddizione ripropone antiche linee di frattura. Dopo lo stallo del Cop26 a Glasgow, Leonardo Boff (già ideologo della teologia della liberazione) ha sostenuto che «il vero problema è il capitalismo: se non cambia il modello di produzione e di consumo, non fermeremo mai il riscaldamento globale». E un tenace movimentista come Fausto Bertinotti ha contrapposto l’ecologismo integrale dei «movimenti di strada» alla blanda «ecologia dei governi». Grande è la tentazione (da Piketty in giù) di far rientrare dalla finestra ideologie uscite dalla porta della storia, magari dopo un maquillage. E produce reazioni uguali e contrarie, come quella di chi mette sotto accusa il «climatismo» quale imbroglio planetario postmarxista: Trump ne è stato il portavoce più potente, avendo sostenuto già nel 2012 che il global warming fosse una bufala cinese volta a stroncare l’industria americana ed avendo, di conseguenza, sfilato gli Usa dall’accordo di Parigi una volta eletto alla Casa Bianca.
Dunque? Si dice che l’ambientalismo senza giustizia sociale sia solo giardinaggio, certo: ma i giardini non curati con dovuta razionalità tornano selve. È triste che un volo spaziale inquini quanto un miliardo delle persone più povere al mondo, ma se non fossimo andati nello spazio davvero non saremmo più tristi e poveri? C’è un filo sottile da cercare tra l’oltranzismo pauperista e il negazionismo trumpiano? Nessuno ha l’oro in tasca. E tuttavia molte soluzioni sono da esperire, compresa, probabilmente, quella di tecnologie innovative che non escludano una quarta generazione di nucleare: l’argomento in Italia è quasi tabù sin dal primo referendum del 1987. Ma se c’è una buona idea da rubare ai ragazzi del terzo millennio, tra tanto caos creativo, è lasciare nel comodino le lenti del Novecento.

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