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Sviluppare un brevetto significa investire in progetti di ricerca tali che rendano il prodotto di questa conoscenza pronto per potere essere utilizzato e commercializzato

Caro direttore, ricerca, industria e finanza devono marciare insieme per valorizzare da un punto di vista economico e sociale le nuove conoscenze che derivano dalla ricerca. Purtroppo in tutti questi anni in Italia c’è stata una divaricazione tra la domanda industriale e l’offerta scientifica. Domanda e offerta devono invece essere generate in maniera orizzontale per potere ottenere uno sfruttamento della ricerca. Nel mio impegno come deputata cercherò di promuovere la massima integrazione tra questi momenti e uno strumento per generare ricchezza è sicuramente rappresentato da una politica di promozione dei brevetti. Anche questo è un punto sul quale vorrei dare il massimo impegno.
Infatti noto che in Italia a fronte di una elevata produzione di nuove conoscenze, dove l’Italia occupa i primi posti secondo gli indicatori bibliometrici internazionali, esiste uno scarso numero di brevetti depositati o meglio ancora vengono depositati nuovi brevetti, ma questi non vengono sviluppati. Sviluppare un brevetto significa investire in progetti di ricerca tali che rendano il prodotto di questa conoscenza pronto per potere essere utilizzato e commercializzato. Se rimaniamo nell’ambito biomedico faccio riferimento al deposito brevettuale di un eventuale farmaco che prima però di essere commercializzato deve essere oggetto di indagini per quello che riguarda la tossicità, la produzione GMP (Good Manufacturing Practice) e la sperimentazione clinica.
Sviluppo economico e ricerca sono un binomio indissolubile. In Italia a fronte di una ricerca qualificata che deve rappresentare un motore determinante dell’economia di un Paese si verifica una scarsa innovazione. È facile attribuire questa carenza sia allo scarso investimento per la ricerca che risulta essere dell’1,4% del PIL contro una media europea dell’1,9% e con un sottodimensionamento importante degli addetti alla ricerca. Tutto ciò nonostante il fatto che il sistema ricerca italiano è attestato dal sesto all’ottavo posto per numero di pubblicazioni, di citazioni e di altri indicatori bibliometrici internazionali. Questo fatto rappresenta un anello debole della catena complessiva, che determina la valorizzazione economica e sociale di questo patrimonio prodotto dai nostri ricercatori. Il circuito virtuoso ideale molto sviluppato in altri Paesi è quello che trasforma un prodotto della conoscenza in un prodotto utilizzato dalla società che ha valore economico e sociale. Possiamo chiamare questo processo trasferimento tecnologico, ma è essenziale e propedeutico a questo processo una stretta alleanza tra ricerca, finanza ed industria e questa sinergia può incentivare la nostra economia e rivitalizzare le nostre imprese. Sarebbe poi importante incentivare in ogni università un ufficio di trasferimento tecnologico, perché si fa poco trasferimento tecnologico e ciò può poi portare soldi, sviluppo ecc.
Negli ultimi anni grazie alla legge Tremonti, che ha stabilito in alcuni casi la proprietà del brevetto da parte del ricercatore, che in caso di successo economico deve dare una quota percentuale all’università, si è verificato un aumento dei depositi dei brevetti, ma complessivamente se ci paragoniamo a Paesi come Francia, Inghilterra e Germania c’è un enorme divario che bisogna assolutamente superare se vogliamo assistere al progresso dell’economia. In questi Paesi è previsto l’intervento di capitali di rischio che intervengono nelle fasi di sviluppo di un prodotto sino a portarlo ad uno stato di maturazione e conseguente commercializzazione.

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