mario draghi giuseppe conte

Il compromesso tra gli alleati, il segretario chiama Draghi: indignato per il metodo, una crisi lascerebbe il mondo sbigottito. Oggi la fiducia sul decreto Ucraina, i 5 Stelle la voteranno

Conte contro tutti, tutti contro Conte. Lo scontro sull’aumento delle spese per gli armamenti aveva portato la tensione nel governo  Dopo che martedì Mario Draghi era salito al Colle per informare il capo dello Stato dell’esito, disastroso, del faccia a faccia con Conte, ieri Letta ha chiamato sia il premier sia il leader del M5S. Dalla triangolazione telefonica è uscita una tempistica degli aumenti di spesa che era nelle cose ma appare come un compromesso politico. L’Italia manterrà i patti con la Nato aumentando gradualmente gli investimenti per la Difesa e l’obiettivo del 2% del Pil sarà raggiunto nel 2028 e non nel 2024. I contiani esultano, rivendicano di aver abbattuto «un totem indiscutibile» e ingaggiano con Palazzo Chigi un braccio di ferro sulle date che va avanti fino a sera.
Eppure il ministro Guerini è soddisfatto, per lui «ciò che conta è che prosegua la gradualità degli incrementi di spesa», per la credibilità internazionale dell’Italia e per ammodernare le dotazioni militari. Con il nostro Paese è schierato al fianco dell’Ucraina nella resistenza alla guerra di Putin, Guerini chiede agli alleati di «essere seri e affrontare una questione così importante non con l’occhio della polemica del giorno, ma con responsabilità verso la sicurezza del nostro Paese». Un appello a smetterla di usare un tema delicatissimo per regolare i conti dentro i partiti e rosicchiare qualche punto nei sondaggi. E se al quartier generale di Conte gioiscono per il «ripensamento del Pd», ai piani alti della Difesa e di Chigi invitano a leggere i grafici delle spese militari, per dimostrare come sia stato proprio Guerini, dal secondo governo Conte in poi, a imprimere quella «crescita sostanziosa, graduale e costante» che porterà l’Italia al 2% fra sei anni.
Tutto risolto? No. I rapporti tra Conte e Draghi restano pessimi e anche l’alleanza tra Pd e M5S è a rischio. Per avere un’idea del clima basta porgere l’orecchio alle telefonate di Letta. Il segretario chiama Draghi per esprimergli il massimo sostegno del Pd, condividere la sua «indignazione per il metodo di Conte» e alzare il livello di guardia: «Dobbiamo stare attenti. Se la maggioranza non è unita rischiamo di fare un regalo alla destra amica di Putin come è accaduto in Francia, dove Marine Le Pen ha preso 6 punti in 10 giorni insistendo sul potere d’acquisto dei cittadini». Lo stesso paragone Letta ha usato con Conte, al quale ha detto di essersi «morso la lingua» per non dichiarare pubblicamente quanto fosse indignato. L’importante, per il leader del Pd, è che si sia arrivati a un compromesso, poiché «una crisi di governo ora lascerebbe sbigottito il mondo». Ma se la guerra di Conte contro Draghi fosse solo all’inizio? Confidando ai senatori del M5S la «sorpresa» per la scelta di Draghi di salire al Quirinale, l’ex premier è andato giù pesante: «Non faremo passi indietro. Quando noi poniamo un problema il main stream ci dice che vogliamo la crisi di governo. Questo è l’angolo nel quale vogliono schiacciarci».

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