Spreco acqua ambiente

Preoccupano i prezzi di petrolio e gas non il ritmo (lento) degli investimenti nelle fonti rinnovabili. Tutti parlano, anche a vanvera, di sostenibilità salvo poi in numerosi casi non praticarla. Un’etichetta di moda

Spentesi le luci della Cop26 di Glasgow, siamo così preoccupati per l’emergenza climatica che ce la siamo già dimenticata. Complici le varianti del virus, non è in cima ai nostri pensieri. Né pubblici né privati. Siamo ansiosi di recuperare la normalità della nostra vita quotidiana pur sapendo che non sarà più quella di prima. Preoccupano i prezzi di petrolio e gas non il ritmo (lento) degli investimenti nelle fonti rinnovabili. Tutti parlano, anche a vanvera, di sostenibilità salvo poi in numerosi casi non praticarla. Un’etichetta di moda. Non è andando in giro con una borraccia al posto di una bottiglietta di plastica che ci salviamo la coscienza.
Un esempio è quello dell’acqua che non sappiamo più che genere di bene sia. Un referendum dimenticato, quello del 2011, vorrebbe che fosse pubblica. L’idea di una sua gestione privata, contro la quale vi sono state numerose proposte di legge, è considerata una bestemmia. Pagarla di più (le nostre bollette sono tra le più basse in Europa) tenendo conto che sarà sempre più scarsa e preziosa, un attentato alla cittadinanza. Guadagnare (il giusto) nell’erogare un servizio, un delitto.
La legge Galli (36 del ’94), sul ridisegno del governo dell’acqua, è ancora
in parte inapplicata, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno. E così i successivi interventi legislativi (in particolare il decreto legge 135 del 2009).
Ora la speranza è che con gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e con il disegno di legge sulla concorrenza possano essere promosse gestioni attente e responsabili, sorvegliate dall’Arera (l’Autorità di regolazione). Ma bisogna prima di tutto uscire da un equivoco collettivo. Una delle tante false verità su cui riposa la nostra coscienza civica. Ovvero che l’acqua sia abbondante e sostanzialmente gratuita. Come l’aria che respiriamo. Un bene infinito, dunque senza costo né prezzo.
Se non fosse così ci interrogheremmo del perché in Europa abbiamo il poco invidiabile primato del consumo pro capite giornaliero (215 litri contro una media di 125 secondo l’indagine Istat 2018 sugli usi civili). Ma dovremmo vergognarci del fatto di essere largamente in testa alla classifica della dispersione dell’acqua nei nostri malmessi acquedotti: il 42 per cento contro la media europea del 25. Non ci sono alibi. Ognuno di noi butta via, non del tutto personalmente, 156 litri al giorno. Secondo Antonio Massarutto, docente di Economia pubblica all’università di Udine, autore di Privati dell’acqua? (Il Mulino), il Paese sul tema degli investimenti idrici è spaccato a metà. Nel Mezzogiorno – con alcune valide eccezioni tra cui la Puglia- non si sarà in grado di fare molto. Rischiamo di sprecare l’occasione del Pnrr. Con il drammatico paradosso che in Sicilia, durante le ultime alluvioni di acqua ce n’era troppa ma dai rubinetti non ne usciva una goccia. Il tasso di morosità in certe zone è superiore al 30 per cento. Il buon senso suggerirebbe di commissariare alcune gestioni regionali, anche se l’espansione di qualche multiutility, in Campania e Sicilia per esempio, non ha dato finora i risultati sperati. Un’eresia?
«In Europa si investono — spiega Massarutto — mediamente 90-100 euro all’anno per abitante. Noi abbiamo recuperato, soprattutto da quando è operativa l’Arera, che ha introdotto molte buone norme sulla qualità tecnica del servizio, ma siamo ancora a un livello medio inferiore ai 60 euro. Nelle gestioni cosiddette in economia di molti comuni italiani siamo intorno agli 8. Le tubature vanno rifatte ogni 50 anni. Molte delle nostre sono più vecchie. Il discorso vale, a maggior ragione, per le fognature. Le ormai frequenti bombe d’acqua fanno grandi danni, soprattutto perché non adeguatamente dimensionate».
Come avviene anche per le altre missioni del Pnrr, si è portati a credere che sussidi e prestiti europei oltre agli investimenti pubblici — ammesso che si sappiano fare i progetti ed eseguirli — possano bastare a proteggere e valorizzare la risorsa acqua. Non è così, purtroppo. «I 4,3 miliardi del Pnrr — sostiene Stefano Pareglio, ordinario all’Università Cattolica e presidente della fondazione Utilitatis — sono largamente insufficienti, soprattutto se si vuole dar corso alla direttiva europea sulla qualità dell’acqua, in vigore dal gennaio di quest’anno, conservare la biodiversità e ridurre le emissioni di gas serra. Per nove milioni di abitanti dei comuni con gestioni in economia, gli investimenti sono stati in media pari a un sesto di quelli assicurati dalle gestioni industriali».
Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere gli esperti una ricerca di EticaNews e Gruppo Cap (dal titolo Finanza, un buco nell’acqua?) dalla quale risulta che 17 grandi fondi internazionali dichiarano di non voler investire nell’acqua italiana perché in gran parte gestita secondo criteri poco chiari, per non dire peggio. I paladini dell’acqua pubblica possono anche fare spallucce, ma il segnale è inquietante. Senza accesso al mercato dei capitali, e nonostante la buona accoglienza dei cosiddetti green bond, è difficile non solo assicurare la tutela del territorio e della risorsa idrica ma anche avviare — secondo le direttive di Arera — investimenti di economia circolare, essenziali nella lotta al riscaldamento climatico. O più semplicemente per il recupero dell’acqua piovana negli edifici.
E qui torniamo all’educazione civica. Come dovremmo calcolare la nostra impronta carbonica, facendo attenzione a quanta energia consumiamo, lo stesso dovremmo fare con la cosiddetta water foodprint. Quanta acqua, indirettamente, con le nostre scelte, impieghiamo? L’impronta idrica di un chilo di pasta è (dati Fondazione Utilitatis) 1710 litri, di un chilo di carne di pollo 4 mila e 300, di una semplice T-shirt 2 mila e 700. Non è un invito al cambiamento della dieta né tantomeno alla sobrietà. Lo Stato è già così invadente che ci mancherebbe altro. Ma solo un promemoria sulla doppia dispersione. Di cibo (179 chili a persona gettati ogni anno). E di acqua. Bene essenziale, pubblico o privato che sia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna su