vladimir putin

Se il presidente russo tiene un vero e proprio esercito al confine ucraino è per ottenere vantaggi politici e strategici, non per premere il grillettocontro il tanto decantato «popolo fratello» che di sicuro resisterebbe

Se Winston Churchill avesse assistito a quanto accade oggi attorno all’Ucraina, avrebbe probabilmente modificato il suo celebre detto secondo cui «la Russia è un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma». La Russia di Vladimir Putin, in realtà, somiglia piuttosto alle abili evoluzioni di un acrobata, con le intenzioni finali certo nascoste, ma la strategia e i mezzi per soddisfarla più che palesi.
E così, per capire quel che accadrà domani (invasione o negoziato?), occorre continuamente tornare a ieri. Cosa voleva e cosa vuole, il Putin che manda 140 mila soldati al confine con l’Ucraina e minaccia Kiev anche dalla Bielorussia? È improbabile, fino a prova contraria, che voglia invadere. Perché non possono sfuggire a lui, bravo scacchista e cintura nera di judo, né la condizione di Stato-paria nella quale le sanzioni occidentali ridurrebbero la Russia, né la necessità per sopravvivere di un abbraccio cinese ancor più stretto, mai gradito da Mosca malgrado le apparenze. Non solo.
Putin sa anche di aver avanzato richieste inaccettabili per l’Occidente (garanzia scritta sul non ingresso dell’Ucraina nella Nato, arretramento dell’Alleanza in tutta l’ex Europa dell’Est), e non deve essere stata una sorpresa che Usa e Nato le abbiano rimandate al mittente evocando principi libertari non modificabili. E allora, perché tanto chiasso armato, tante minacce? L’agilità dell’acrobata non deve essere sottovalutata.
Se il presidente russo tiene un vero e proprio esercito al confine ucraino è per ottenere vantaggi politici e strategici, non per premere il grilletto contro il tanto decantato «popolo fratello» che di sicuro resisterebbe.
Certo, Putin non ha gli scrupoli delle nostre democrazie, e non è alieno agli errori di calcolo: la volontà di approfittare della debolezza dell’Occidente si è tradotta in un rilancio della Nato sbandata dopo Kabul, e persino in un aiuto non indifferente al presidente Biden in piena crisi di consensi. Ma qual è allora, tra mosse e contromosse, il bilancio provvisorio di una partita ancora in pieno svolgimento e che continua a tenere alzata la spada di Damocle dell’ennesima guerra in Europa?
Putin l’acrobata ottiene dagli Usa un riconoscimento di pari legittimità per discutere della sicurezza europea, obbiettivo questo sempre inseguito e mai sin qui raggiunto dal Cremlino dopo la fine della guerra fredda. Ottiene inoltre l’apertura di un processo negoziale che promette di continuare, mentre fino a ieri le preoccupazioni di Mosca per l’ampliamento della Nato non venivano nemmeno ascoltate. Incassa, Putin, una generale preoccupazione per il rilancio degli accordi di Minsk, che sono stati sin qui affondati soprattutto dal parlamento di Kiev. E poi, dopo aver mandato proprio lì e proprio in quelle quantità i suoi soldati, l’acrobata può pensare con qualche fondamento che di ingresso dell’Ucraina nella Nato per un po’di tempo non si parlerà più. Perché nessuno in Occidente vuole davvero una guerra, e la stessa America, talvolta troppo allarmista, preferirebbe concentrare i suoi sforzi nella rivalità globale con la Cina.
Prova ne sia che Washington non ha ostacolato i viaggi del francese Macron e del tedesco Scholtz a Kiev e a Mosca. Il Cancelliere ha detto che la sicurezza europea deve essere difesa con la Russia, non contro di essa. Il capo dell’Eliseo ha garantito a Putin quel che tutti sanno ma che nessuno voleva dire, che l’ingresso dell’Ucraina (e della Georgia) nella Nato non sono all’ordine del giorno, e di certo non potranno esserlo fino a quando durerà la guerra civile nel Donbass e fino a quando per farle entrare servirà quella unanimità che già non ci fu nel vertice Nato del 2008 a Bucarest.
Era tanto difficile, confermare a Putin questo stato di cose per bilanciare un allargamento della Nato che oggi anche molti studiosi occidentali considerano imprudente ed eccessivo? Probabilmente sì, era molto difficile soprattutto per gli americani che a Bucarest avevano spinto per il «via libera». Non si voleva darla vinta a chi ricatta l’Occidente con la minaccia dell’uso della forza. E così, incredibile a dirsi, a parlar chiaro sono stati gli europei Macron e Scholtz, fermando, si direbbe, una discesa che portava diritta allo scontro tra antico uso della forza e nuova deterrenza sanzionatoria. Con il rischio supplementare di qualche frattura nel fronte occidentale, sin qui unito, quando le sanzioni fossero entrate in vigore.
Nulla è definitivo, la partita continua mentre Usa e Russia si scambiano accuse di falsità sui movimenti delle forze ai confini dell’Ucraina. Vladimir Putin può ancora pensare che il suo fronte interno (si vota per le presidenziali nel 2024) esiga qualcosa di più di un negoziato dopo un simile schieramento di armati. Potrebbe, Putin, sentirsi obbligato a una incursione limitata se riterrà di dover salvare la faccia davanti ai suoi nazionalisti che già chiedono (alla Duma) il riconoscimento russo dell’indipendenza del Donbass trasformato in Stato-cuscinetto. L’acrobata è imprevedibile per definizione. Ma se le aperture negoziali saranno sincere da parte russa come da parte degli Usa, ci si renderà conto che nessuno avrebbe avuto da guadagnare da un conflitto di carri armati invasori contro punizioni economico-finanziarie. Men che meno noi europei.

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