Riprenderanno lunedì 29 a Vienna i negoziati, ma dopo la rottura di Trump degli accordi del 2015 non prevale l’ottimismo e le conseguenze di un fallimento potrebbero essere devastanti

Sollecitati a gran voce dagli occidentali e rinviati per cinque mesi dalla nuova dirigenza di Teheran, i negoziati di Vienna sul nucleare iraniano riprenderanno finalmente lunedì 29 novembre. Ma occorre una robusta dose di ottimismo per prevedere la riattivazione degli accordi che nel 2015 avevano scambiato limiti severi al programma atomico di Teheran con una progressiva levata delle sanzioni economiche anti-iraniane. Avevano firmato Iran, USA, Russia, Cina, UE, Francia, Germania e Gran Bretagna, ma Trump aveva poi silurato le intese uscendone unilateralmente nel 2018.
Da allora anche l’Iran si è ripreso la sua libertà moltiplicando le centrifughe e annunciando di aver raggiunto un livello di arricchimento dell’uranio del 60 per cento, molto vicino al 90 che serve per un ordigno nucleare. Questo dato ha cambiato in profondità la partita e nei giorni scorsi si è parlato apertamente di guerra, gli iraniani dicendo che contro Israele la vincerebbero, gli americani chiarendo che ci sono «altre opzioni» oltre al negoziato e affermando che Washington è pronta a schierare «forze importanti» in Medio Oriente. Al di là dei complessi tecnicismi del confronto, la posta in gioco è diventata questa.
Se non si troverà un accordo che ricalchi quello del 2015 l’Iran potrà procedere verso la bomba atomica, Israele non accetterà di perdere il suo monopolio nucleare nella regione, e l’America di Biden difficilmente potrà non essere trascinata nel conflitto. Non a Taiwan o a Kabul, ma a poca distanza da casa nostra. I «falchi» di Teheran, temendo che Trump possa tornare al potere nel 2004, oltre alla revoca immediata delle sanzioni esigono da Biden garanzie con valore legale che il Presidente non è in grado di strappare al Congresso. L’America agita il bastone, e la Cina tiene in vita l’economia iraniana comprando il suo petrolio. Mosse tattiche consuete prima di una trattativa difficile? C’è da sperarlo, perché l’alternativa è catastrofica.

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