La pace va perseguita al più presto, invece di discutere delle alternative tra una (eventuale) pace buona e una pace cattiva, occorre fare di tutto per mettere fine al conflitto e alle sofferenze della popolazione ucraina

Oltre a tanta angoscia e dolore, la guerra di Vladimir Putin ha inflitto ad un mondo inquieto — nel secondo, amaro decennio di questo secolo che stiamo vivendo — una tormentata certezza morale, naturalmente pervasa di altra angoscia e di altro dolore: la giusta, esemplare resistenza degli ucraini deve essere sostenuta con tutti i mezzi a disposizione. Certo , anche con le armi. Impossibile mettere fiori nei cannoni o fare volare colombe sulle rampe dei missili che sterminano i civili.
Aiutare Volodymyr Zelensky a difendere la sopravvivenza di un Paese che guarda in direzioni diverse dal panorama visibile attraverso le opache finestre del Cremlino costituisce un valore in sé. Anche un dovere. In qualche modo autocritico, bisogna aggiungere, perché al di là delle possibili «colpe» delle nostre società imperfette non avevamo interamente capito — nonostante i molteplici segnali allarmanti — la minaccia delle nuove politiche di potenza, la forza delle pulsioni autoritarie, i pericoli globali rappresentati dall’antidemocrazia. Le scene inimmaginabili dei crimini e dei lutti provocati dall’aggressione russa all’Ucraina sono una disperata, assillante lezione di realtà.
In questo scenario cupo — illuminato parzialmente dai lampi della reazione di una comunità internazionale troppo spesso attirata in passato da egoismo e realismo — si tratta ora, dopo quasi due mesi di sangue, di non discutere soltanto delle alternative tra una (eventuale) pace buona e una pace cattiva, ma di fare veramente di tutto per mettere fine al conflitto e alle sofferenze della popolazione ucraina. Certo, nessuno può sottovalutare l’importanza del «dopo». Ma quando arriverà? La cosa essenziale, oggi, è che la gente non si abitui a morire.
La discussione sui vari punti al centro dei finora evanescenti colloqui — lo status dell’Ucraina e la sua eventuale neutralità, il ritiro delle forze militari russe, la ricostruzione post-bellica, il futuro delle repubbliche autoproclamate, il collegamento tra il Donbass e la Crimea — appare come qualcosa di astratto davanti al frastuono delle bombe ed è troppo in sordina se paragonata alle urla di terrore che si levano ogni minuto in queste interminabili giornate iniziate il 24 febbraio. Certo, se si negozia durante una guerra si è costretti purtroppo a farlo con i nemici. Ma il rischio è che il conflitto vada avanti in maniera prolungata proprio sfruttando l’incomunicabilità o utilizzando l’alibi fornito dalle carte geografiche aperte sopra il tavolo.
«I tempi non sono maturi», è stata la risposta di Putin a Mario Draghi quando il presidente del Consiglio gli ha detto che solo lui e Zelensky, parlandosi direttamente, avrebbero potuto sciogliere tutti i nodi. «Ho l’impressione — ha poi osservato il capo del governo italiano nell’intervista al Corriere — che l’orrore della guerra con le sue carneficine, con quello che hanno fatto ai bambini e alle donne, sia completamente indipendente dalla parole e dalle telefonate che si fanno». Vero, purtroppo. Ma come lo stesso Draghi ha riconosciuto, è giusto tentare «ogni strada di dialogo» con il presidente russo.
Come fare in modo che questa ricerca di dialogo sia efficace? In primo luogo riducendo il più possibile le sfumature differenti che affiorano talvolta nel fronte anti-aggressione. Non ha molto senso, per fare un esempio, che Joe Biden e Emmanuel Macron si misurino sull’ammissibilità del termine «genocidio» e, sempre a proposito del presidente americano, va forse detto che il tema del cambio di regime in Russia è sostanzialmente nell’ordine delle cose (per le possibili conseguenze in campo interno di una guerra così avventurista) ma appare inopportuno evocarlo. Altrettanto inspiegabili, andando in Europa, sono le resistenze di una parte del governo tedesco (incarnata da ampi settori della Spd del cancelliere Olaf Scholz) a incrementare la qualità e la quantità delle forniture di armi al governo di Kiev. Questa ricerca di unità dello schieramento «occidentale», nel sostegno all’Ucraina, deve essere affiancata da un’azione di persuasione politica verso almeno alcuni di quei trentacinque Paesi che si sono astenuti al Palazzo di Vetro sulla mozione di condanna dell’invasione. A questo, oggi, possono servire le Nazioni Unite.
La pace va perseguita con determinazione e al più presto, dando sempre maggiormente alla Russia il senso della mancanza di vie d’uscita e aiutando Zelensky sulla via di un negoziato. Altre opzioni non esistono. L’idea di una vittoria ucraina in grado di trasformare la sicurezza europea è suggestiva ma temeraria. La possibilità di un regolamento dei conti definitivo tra Washington e Mosca, con tutti gli altri a fare da spettatori, è invece pericolosa. Mai come adesso è necessaria una convergenza di vedute totale tra le due sponde dell’Atlantico. Con a fianco gli Stati Uniti, l’Europa può insistere sull’obiettivo del cessate il fuoco. Non provarci rappresenterebbe una battuta d’arresto per la sua intera storia.

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