Parlamento

D’istinto verrebbe da dire che il bianco delle schede espresse lundì nella prima votazione per il Quirinale è il colore del vuoto e dell’impotenza. In realtà, il bianco contiene e nasconde tutto. Potrebbe perfino diventare il velo che scherma e protegge il nome destinato a emergere nei prossimi giorni. La trattativa iniziatasi ieri rappresenta almeno simbolicamente un passo in avanti, ma piccolo. Sempre che non sia fine a se stessa o nasconda la tentazione di nuove forzature.
Per ora, dalle «rose» dei partiti sono spuntati fiori un po’ artificiali. La definizione di «candidature di bandiera» sovrespone persone più che degne alla prospettiva di una probabile bocciatura, nonostante la gratificazione di vedere il proprio nome sulla scheda. La giostra dei colloqui delle ultime ore non legittima ancora l’ottimismo. Si è perso tempo inseguendo velleità personali e proclami ideologici, spesso assecondati per debolezza e mancanza di alternative.
Il risultato è stato di presentarsi all’appuntamento in ordine sparso e con idee confuse; e, se non confuse, mimetizzate nel terrore di vederle annientate dagli avversari o, peggio, dagli alleati. Il nulla di fatto di ieri non è preoccupante in sé: era previsto. A renderlo tale è piuttosto la sensazione che non sia figlio di una strategia ma della sua assenza. Si tratta al massimo della conseguenza di un esasperato tatticismo al quale nessuno è riuscito a conferire dignità.
Forse era impossibile, mancando un baricentro e leader in grado di tenere uniti almeno i propri partiti. Il tema delle prossime ore sarà costruire un profilo partendo da consensi atomizzati e «liquidi»; e sforzandosi di conciliare la voglia di protagonismo della politica e l’idiosincrasia per i «tecnici» con l’esigenza di garantire la credibilità e l’affidabilità dell’Italia. È un gioco a incastro complesso perché implica un abbozzo di soluzione per il governo; ma già questo toccherebbe i poteri del capo dello Stato.
I colloqui di ieri tra il leader della Lega, Matteo Salvini, il segretario del Pd Enrico Letta e il capo del M5S, Giuseppe Conte, oltre che col premier Draghi, sembrano un tentativo di uscire dal recinto della propaganda. Dovrebbero dimostrare se non altro la volontà di superare una contrapposizione che ha impedito di iniziare un dialogo. Ma se preludessero a riproporre forzature, si tornerebbe ai veti che hanno fatto saltare qualunque metodo di un’elezione condivisa. Il tema, dunque, è l’individuazione di un percorso che non porti a un capo dello Stato scelto con una logica al ribasso.
Di nuovo, è un’occasione che il Parlamento ha non di prendersi rivincite, o subire umiliazioni, ma di mostrarsi diverso da come è raffigurato e tende a presentarsi. Il rischio che corre è di trascurare gli interessi generali e del Paese. In questo caso potrebbe essere tentato di strappare una vittoria che alla fine, invece, si rivelerebbe la vera sconfitta della politica. E soprattutto, consegnerebbe all’Europa e ai mercati finanziari l’immagine della «solita Italia», usata in una prospettiva di anni come strumento di delegittimazione. Forse, ma non è scontato, è un pericolo del quale si comincia a prendere coscienza .

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