Europa e Usa stanno riaffermando il primato della convivenza nei rapporti internazionali ma cercano anche di rendere il mondo meno dipendente dai regimi autoritari

Se appare difficile vincere la guerra, sostenendo la resistenza dell’Ucraina fino ad una soluzione giusta che consenta di fare tacere finalmente le armi, ancora più complicato sembra oggi costruire il futuro. Quando la pace arriverà e se arriverà, visto che le prospettive del dialogo non sono buone (nonostante gli sforzi di chi, come il presidente del Consiglio Mario Draghi, tenta di aprire un canale con Putin) e che quanto avviene sul campo non invita all’ottimismo. Non è però presto per parlarne. Sta prendendo forma un altro aspetto del conflitto in cui andranno portati a compimento quei processi di cambiamento che stanno rivoluzionando la mappa della politica mondiale. Non è certo poco. I nemici di adesso sono gli stessi di domani: la volontà di dominio, la propaganda, le idee sbagliate. Ma anche la stanchezza e l’assuefazione.
Venendo all’indignazione che suscitano le immagini di Bucha e Mariupol, bisognerà assicurarsi che la Russia non sia più in grado di scegliere l’aggressione. Lo si può fare ricostruendo su basi diverse gli assetti di sicurezza e percorrendo il cammino indicato dall’adesione, profondamente evolutiva, di Finlandia e Svezia a una Nato che non è più solo un’alleanza militare. Questo deve essere il primo traguardo. Ma la posta in gioco appare più alta.
Se è vero che l’Ucraina è il punto finale dello scontro tra democrazia e autocrazia, l’obbligo per il fronte riconosciutosi nei valori condivisi è continuare a difenderli. E, perché no, a farli trionfare. Il conflitto ucraino non riflette una contrapposizione tra ricchi e poveri del mondo, contrariamente a quanto sembrano credere i nostalgici di un terzomondismo che tra l’altro non esiste più. I Paesi che si sono rifiutati di condannare o hanno preferito non condannare l’invasione (o quelli che sono molto prudenti, come l’Arabia Saudita) lo hanno fatto per ragioni di interesse, motivate generalmente da rapporti economici con Mosca o da contingenti calcoli geopolitici. Si è parlato, come ha fatto per esempio Le Monde diplomatique, di «una nuova forma di non allineamento». Ma l’assenza di pregiudiziali ideologiche che possano anche pretestuosamente cementare questo schieramento lo rende sostanzialmente debole rispetto alla forza potenziale dell’avversario.
Usiamola, questa forza. Al di là delle iperboli, Europa e Stati Uniti stanno riaffermando il primato della convivenza nei rapporti internazionali ma cercano anche di rendere il mondo meno dipendente dai regimi non democratici. Questo tentativo ha ispirato l’unità, superiore alle previsioni, che si è creata per reagire all’aggressione della Russia. La scelta di schierarsi a fianco dell’Ucraina si sta caricando sempre di più del senso di una battaglia ideale, che nasce certamente dalla solidarietà con l’aggredito ma arriva a sostenere ragioni più «astratte»: il primato della democrazia, la difesa dei diritti, il concetto di autodeterminazione, la riaffermazione delle libertà individuali, la realizzazione senza vincoli delle scelte personali. Non sarà facile, ma parlare chiaro è utile per combattere quel senso di disincanto che sta affiorando nelle opinioni pubbliche dopo tre mesi di combattimenti. Una doppia responsabilità, insomma, pesa sulle spalle degli uomini di governo. Se non vogliamo parlare addirittura di una scommessa.
In questo quadro, è scorretto pensare che gli Stati Uniti stiano svolgendo un ruolo aggressivo o pericoloso per gli equilibri mondiali. Non c’è slogan più devastante (e falso) per la tenuta della psicologia collettiva che quello della «guerra per procura». In ogni caso, la posizione odierna dell’America di Biden affonda le sue radici in una politica di ideali da sostenere (con qualche zona grigia, purtroppo, come dimostra il caso Afghanistan): una politica che si ripromette anche di difendere se stessa dopo l’incubo trumpiano, anche a costo — per esempio — di denunciare i crimini del leader del Cremlino più ancora di quanto altri ritengono necessario.
Fare la voce grossa (come è accaduto all’inquilino della Casa Bianca) e perseguire la diplomazia (come ritiene opportuno l’Italia in questo momento) non sono due cose in contraddizione. Il presidente statunitense si rende certamente conto, guardando in prospettiva, della necessità di evitare un avvicinamento tra Mosca e Pechino. Già molti risultati, intanto, sono stati ottenuti. Come scrive Thomas Friedman, Biden ha unito l’Europa, la Nato e l’Occidente, senza perdere un solo soldato, «per aiutare l’Ucraina a proteggere la sua nascente democrazia dall’assalto fascista di Vladimir Putin». Se sarà più arduo, come osserva, «unire l’America», a lui e agli altri leader che stanno dalla stessa parte spetta un compito che potrebbe essere proibitivo: unire il mondo, limitando la minaccia delle autocrazie. È questo il senso di quanto accade oggi e di quanto può accadere domani.

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