Cambiano i rapporti tra centrosinistra e centrodestra, ma anche all’interno del centrodestra

Coincidenze. Lunedì mattina. Mezzo mondo a interrogarsi sul Paese di Giorgia Meloni: se sarà aperto o chiuso o una via intermedia. Mezzo mondo per le strade di Milano, ultime ore di settimana della moda, un intreccio di lingue, look e invenzioni: il made in Italy non è la riserva di cento creativi ma la (vera) linfa nazionale. Lo specchio del rapporto con l’Europa, e non solo, la rete che unisce le regioni, soprattutto al Nord, la vocazione stessa di un Paese che deve immaginare, fabbricare, esportare. O spegnersi.
È successo qualcosa di inedito, dal Piemonte al Friuli. Lungo l’autostrada A4 che trasporta il Pil italiano. Per quasi trent’anni, da quel ’94 che cambiò la politica, la dinamica del voto settentrionale è apparsa cristallizzata: da una parte l’asse Berlusconi-Lega, quasi sempre vincente, dall’altra la sinistra, spesso in minoranza nelle regioni e più forte nelle città. Ma adesso? Un Pd in crisi, salvo Milano e poche eccezioni. E un centrodestra con un volto nuovo. Il Cavaliere resiste, certo, ma nel senso che si accontenta: un 7,5 per cento nel Nord Ovest che l’aveva spinto a fare quattro volte il premier. La Lega è caduta e si è fatta male: più di quanto pensasse. La vincitrice unica, anche qui, è Giorgia Meloni, che nel Nord Est è arrivata al 27,3 per cento, mentre i leghisti si sono fermati a quota 11, nella terra di Zaia e di Fedriga.
I simboli hanno sempre senso, in politica forse anche di più. Umberto Bossi non entra in Parlamento dopo 35 anni consecutivi: lui, il Senatùr, l’inventore della Lega, l’uomo del dio Po e dell’autonomia. Sembra il copione di un romanzo politico: barcolla il partito, crolla il vecchio leader. Era il primo nel proporzionale della Camera a Varese, dove tutto è nato, i manifesti attaccati di notte e i comizi con quattro gatti. Bossi resta a casa, salvo ripescaggi in extremis. E Bobo Maroni, il cofondatore, scrive sul «Foglio» che ci vuole un congresso straordinario: «Io saprei chi eleggere come nuovo segretario». Una specie di bomba padana.
Ma non è solo una questione di leadership. Se il Carroccio (come il Pd) parte dai nomi invece che dal profilo politico, si racconta una bella storia pur di non capire chi è adesso e che cosa vuole essere. Bossi ha plasmato la Lega Nord, federalismo e fisco, Matteo Salvini ha lanciato la Lega nazionale, prima la sicurezza, con il 34,2 per cento alle Europee del 2019. E ora? Sospeso tra lotta e governo, il partito sta perdendo sia i lottatori che i governisti. La Lega nazionale esiste ancora, ma sotto le insegne di Fratelli d’Italia. I presidenti di Regione nordisti erano legati a Mario Draghi, sono in fibrillazione, chiedono la svolta e l’autonomia. «Paghiamo il sostegno al governo», dice Salvini. Zaia e Fedriga pensano il contrario, per grandi linee. Congresso o non congresso, l’uscita di Bossi è la metafora perfetta: fine di un’epoca e un’altra storia da scrivere. Sullo sfondo il voto che verrà, in Lombardia, dove il partito si tiene stretto Attilio Fontana, «squadra che vince non si cambia», mentre i nuovi rapporti di forza spingono Letizia Moratti, che piace sia ai Centristi che ai Fratelli. Partita politica vera. Nella regione che guida l’economia italiana Meloni ha doppiato la Lega ma la Lega non può perdere se stessa.<
Per anni abbiamo raccontato la base sociale del binomio Berlusconi-Lega e, quindi, le imprese piccole e medie, gli artigiani e i commercianti, le partite Iva, un universo intero che ha fiducia in sé prima che sfiducia nello Stato. Dov’è finito quel mondo? Ha scelto Meloni e il partito nazionale? Sì, anche. Per il valore generale delle elezioni e le incertezze del Carroccio. Ma soprattutto perché il voto d’opinione prevale ormai sul voto «per categorie»: come gli operai hanno lasciato la sinistra, così i negozianti possono abbandonare la Lega. L’immortalità breve dei leader (Renzi 2014, Di Maio 2018, Salvini 2019) fa ballare politici e record «per una sola notte», come ha scritto Luciano Fontana. La stessa «autonomia», mantra e traguardo della storia recente, si è presa un turno di riposo. Al Nord è una svolta.
Poi c’è il caso nel caso. Che è Milano. Uno dei pochi luoghi d’Italia dove ha vinto il centrosinistra e il Pd ha battuto Fratelli d’Italia. Un laboratorio per i democratici, che dovranno decidere da dove ripartire in vista del congresso e della leadership che sarà. Ma anche un test vero, importante, delicato per il nuovo governo. Che potrà fare spallucce di fronte a una città «diversa» oppure capire che guidare l’Italia contro Milano, o senza Milano, sarebbe un autogol storico. Insensato. Il cammino della città negli ultimi 25 anni, con le giunte prima di centrodestra e poi di centrosinistra fino a Beppe Sala, è un patrimonio comune. Una metropoli startup. Al di là del colore politico.
E si torna al punto di sempre. Come conciliare le richieste delle imprese del Nord e l’ansia di protezione di una fetta del Sud sarà difficile e allo stesso tempo imprescindibile. Tenere assieme Milano che ha scelto il Pd e Scampia che ha dato il 64 per cento ai Cinque Stelle non potrà che essere il rompicapo (e un obiettivo chiave) del prossimo governo. Liberare e sospingere le energie del Nord senza perdersi, ancora una volta, lo sviluppo possibile del Sud. Chiusa l’analisi del voto, ci vorranno le risorse europee del Pnrr ma anche una ventata di idee e di innovazione per ricucire l’Italia. Altrimenti sarà meglio affidarsi al genio di Fiorello, lo showman, che folgorato dalle promesse elettorali ha immaginato tre ponti sullo Stretto, «uno anche dalla Sicilia a Genova». Suggestivo, un po’ lungo.

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