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Sul tavolo c’è la possibile (probabile?) sospensione dei fondi di coesione destinati all’Ungheria. Il paese non ha finora rispettato tutti gli impegni sul fronte dello stato di diritto

È un braccio di ferro dall’esito ancora incerto quello che sta avendo luogo in questi giorni tra Bruxelles e Budapest. Sul tavolo c’è la possibile (probabile?) sospensione dei fondi di coesione destinati all’Ungheria. Il paese non ha finora rispettato tutti gli impegni sul fronte dello stato di diritto. Novità da parte comunitaria sono attese la settimana prossima. Una eventuale decisione finale spetta ai Ventisette, alla maggioranza qualificata.
Interpellata sulle voci che danno per certa una sospensione dei fondi europei, la portavoce dell’esecutivo comunitario Dana Spinant ha risposto in modo vago: «È in corso un iter che implica il coinvolgimento del collegio dei commissari. Sapete che il 19 novembre scorso è scaduto il termine entro il quale Budapest doveva introdurre cambiamenti alla propria legislazione. I tempi sono ormai stretti. Stiamo preparando una decisione formale, possibilmente per la settimana prossima».

Richieste non evase
La causa di questo irrigidimento da parte della Commissione europea è da ricercare nel fatto che Budapest non ha introdotto tutte le salvaguardie richieste per contrastare, tra le altre cose, frodi e corruzione nel paese. Una lista di 17 richieste era stata formulata a metà settembre dal commissario al Bilancio, l’austriaco Johannes Hahn, che aveva dato all’Ungheria due mesi di tempo per adottare le diverse misure.
Da allora, il governo del premier Viktor Orbán ha preso solo alcuni provvedimenti. «In linea di principio una decisione sul congelamento dei fondi di coesione potrebbe giungere il 30 novembre», ha confermato il 24 novembre un esponente comunitario. Oggetto della misura sarebbero 7,5 miliardi di euro, pari a un terzo del denaro che spetta a Budapest nel quadro del bilancio 2021-2027.

La decisione nella riunione del 6 dicembre
Spetterebbe poi ai ministri delle Finanze decidere nella loro riunione del 6 dicembre. Le voci fatte circolare ad arte dalla Commissione questa settimana servono nei fatti a mettere sotto pressione Budapest. Nel frattempo, non bisogna dimenticare che anche l’Ungheria sta facendo pressione su Bruxelles, minacciando nei fatti il veto sulla decisione europea di aiutare l’Ucraina con prestiti pari a 18 miliardi di euro (si veda Il Sole 24 Ore del 9 novembre).
Il braccio di ferro è evidente. Chissà se questo confronto potrà risolversi con un compromesso, almeno temporaneo? L’Ungheria ha due fronti aperti con l’esecutivo comunitario. Entrambi hanno a che fare con la deriva dello stato di diritto. Il primo, quello appena descritto, riguarda l’uso del bilancio comunitario. Il secondo è relativo al piano di rilancio dell’economia sulla scia della crisi provocata dalla pandemia da Covid-19.
Il Pnrr ungherese (5,8 miliardi di euro di sussidi) è rimasto finora bloccato perché non rispetta le raccomandazioni-paese stilate dalla Commissione europea. Tuttavia, passi avanti su questo fronte sono stati compiuti, forse anche perché, in assenza di un accordo tra le parti entro fine anno, l’Ungheria perderebbe una fetta consistente del denaro del NextGenerationEU.
«L’idea è di concedere i fondi del piano di rilancio, a condizione che vengano rispettate le richieste relative all’indipendenza della magistratura e altri aspetti. Queste misure dovranno essere completate entro marzo 2023, altrimenti niente soldi», spiega l’esponente comunitario.

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