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Dietrofront del Governo di Boris Johnson, costretto a rivedere le regole sull’immigrazione di lavoratori non qualificati per i settori cruciali dell’agricoltura e della sanità

Il Governo britannico continua a tappare le falle causate da Brexit. In assenza di una strategia complessiva ricorre a interventi alla spicciolata per risolvere i problemi più urgenti. L’ultima misura, introdotta senza clamori alla vigilia di Natale, consente l’ingresso di migliaia di lavoratori europei per ridurre le carenze di personale in due settori cruciali: agricoltura e sanità.
Imprese e sindacati lamentano da mesi che la mancanza di manodopera europea a tutti i livelli ha creato problemi in Gran Bretagna, in molti casi costringendo aziende agricole a lasciar marcire la frutta nei campi perché non c’era nessuno a raccoglierla. In case di cura e ospedali, la carenza di personale ha forzato i pochi presenti a fare turni punitivi e straordinari continui.

Colpa di Brexit o del Covid?
La promessa del Governo che post-Brexit i lavoratori britannici avrebbero sostituito gli europei non si è materializzata. Riconoscendo implicitamente che la situazione non è sostenibile, il ministero dell’Interno ha annunciato due deroghe alla regola di non dare permessi a lavoratori stranieri non qualificati.
Dall’inizio dell’anno nuovo ospedali e case di cura potranno ingaggiare personale straniero grazie a un visto speciale che durerà almeno un anno. Il ministro dell’Interno Priti Patel, un “falco” anti-immigrazione, ha però attribuito la misura all’impatto del Covid-19 e non a Brexit. «I cambiamenti che abbiamo introdotto ai visti per sanità e assistenza allevieranno i problemi senza precedenti causati dalla pandemia», ha detto.

Negli ospedali e nei campi
Il timore è che la crisi si aggravi anche negli ospedali quando il 1° aprile 2022 scatterà l’obbligo legale di essere vaccinati anche per i lavoratori del settore sanitario.
Dopo l’annuncio del ministero della Sanità gli esperti del settore hanno però obiettato che il visto di un anno non offre abbastanza garanzie da convincere lavoratori stranieri a trasferirsi o a tornare nel Regno Unito, soprattutto dato che hanno il diritto di portarsi dietro la famiglia.
La Commissione di consulenza sull’immigrazione istituita dal Governo aveva infatti consigliato di includere gli operatori sociali e sanitari nella lista di lavoratori ritenuti essenziali “con effetto immediato” per rendere permanente l’accesso preferenziale e dare quindi certezza ai lavoratori stranieri.
Downing Street ha preso atto della richiesta ma ha rinviato qualsiasi decisione a dopo la fine della pandemia.
Più generose invece le concessioni fatte dal Governo agli agricoltori dopo le proteste di numerosi deputati conservatori, tra i quali Neil Parish, presidente della Commissione Ambiente, che aveva avvertito che «Brexit sta distruggendo il settore agricolo britannico».
Nel 2022 le aziende agricole potranno quindi reclutare 30mila lavoratori stranieri per raccogliere frutta, verdura e fiori, con la possibilità di arrivare a 40mila se necessario. Il sistema di visti stagionali temporanei di sei mesi per il settore sarà prolungato per altri tre anni, ma il numero di permessi concessi sarà ridotto dal 2023 per consentire l’ingresso graduale di più lavoratori britannici. L’estensione del visto «ha trovato il giusto equilibrio tra la necessità di sostenere il settore durante la fase di transizione e quella di dare priorità alla forza lavoro britannica», ha detto il sottosegretario all’Immigrazione Kevin Foster.
Il sindacato degli agricoltori, che negli ultimi mesi ha lanciato numerosi allarmi sulla carenza di lavoratori nel settore, ha accolto con favore la misura ma ha avvertito che potrebbe non essere abbastanza. «È una notizia positiva per gli agricoltori che saranno sollevati di avere certezza per i prossimi tre anni – ha detto Tom Bradshaw, vicepresidente della National Farmers’ Union -. Le carenze di personale però sono acute in tutta la catena di approvvigionamento alimentare, quindi continueremo a monitorare la situazione e a informare il Governo delle esigenze del settore».

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