Francia Macron

Il governo presenta il disegno di legge che prevede anche l’innalzamento dell’età pensionabile, probabilmente a 64 anni: i rappresentanti dei lavoratori uniti dopo 12 anni di divisioni

Sin dove salirà? A 64 anni? a 65? Il mistero sarà quasi certamente svelato martedì 10 gennaio, quando il governo francese presenterà al pubblico l’ultima versione del suo progetto di riforma delle pensioni: un piano ampio, come è opportuno per mettere ordine in un sistema oggi molto articolato e persino disordinato, per il quale però tutta l’attenzione si è concentrata sull’età pensionabile, oggi a 62 anni.

Sindacati uniti dopo 12 anni
I sindacati, contrari all’iniziativa voluta dal presidente Emmanuel Macron e dal governo guidato da Elisabeth Borne, hanno individuato in questo numero, non certo irrilevante, il punto attorno cui coagulare le proteste dei cittadini: lo stesso presidente, del resto, ne ha parlato come dell’«unica leva che abbiamo», sia pure in relazione all’obiettivo di evitare di aumentare i contributi o di tagliare i trattamenti. Ora, per la prima volta in 12 anni, le organizzazioni dei lavoratori si ritrovano unite nel contestare le scelte del governo. Senza contare che il 68% dei francesi è contrario, secondo un sondaggio Ifop-Fiducial, all’aumento dell’età pensionabile, anche nel caso in cui fosse limitata a 64 anni, l’ipotesi più probabile.

Un no corale all’aumento dell’età pensionabile
Il 10 gennaio, non a caso, il governo presenterà il suo progetto e, contemporaneamente, i sindacati decideranno quali proteste inscenare a partire dal 21 gennaio. «Se Emmanuel Macron vuole farne la madre di tutte le riforme, noi ne faremo la madre di tutte le battaglie», ha detto Frédéric Souillot, segretario generale di Force Ouvrière; e persino la più moderata Cfdt, che ha apprezzato alcuni aspetti della riforma, ha intenzione di dire no all’aumento dell’età pensionabile.

Una riforma graduale
La riforma appare in realtà graduale. L’aumento dell’età pensionabile – facendo l’ipotesi dei 64 anni – dovrebbe salire gradualmente, tre mesi all’anno, per tutti coloro nati dopo il ’68, in modo da raggiungere l’obiettivo nel 2030, quando il sistema previdenziale potrà tornare sostenibile. L’idea dell’equilibrio finanziario è però più un ostacolo che un argomento a favore del consenso per la riforma: viene considerato come una concessione ai mercati e alla loro logica, e non una misura di equità generazionale (il sistema è e resterà a ripartizione).

Più spese per il welfare
A poco è anche servito l’altro argomento del governo, che insiste – correttamente, del resto – sul fatto che conti previdenziali in ordine possono permettere maggiori investimenti in sanità o scuola. In Francia, come del resto in Italia, i cittadini sembrano preferire una redistribuzione in contanti che migliori servizi pubblici, e un miglior welfare: la logica “neoliberista” – per usare un’etichetta scorretta e abusata – della spesa privata da preferire dell’intervento pubblico anche su temi classici ha coinvolto tutti.
La riforma, in ogni caso, non si limita all’aumento dell’età pensionabile. Prevede – soprattutto se prevarrà l’idea dei 64 anni, e non quella dei 65 – un allungamento dei contributi a 43 anni, livello da raggiungere prima della scadenza del 2035 prevista dalla riforma voluta da Marisol Touraine (la ministra socialista figlia del sociologo Alain) nel 2014. Le pensioni minime saranno inoltre portate a 1.200 euro: attualmente solo per i nuovi pensionati, ma sembra che – per favorire l’approvazione della riforma – il governo sia pronto a riconoscere l’aumento per tutti.

L’alleanza possibile con i Républicains
La mossa potrebbe infatti permettere alla minoranza che regge il governo di ottenere i voti dei Républicains, che sarebbero disposti a votare il provvedimento voluto da Macron a due condizioni: l’aumento generalizzato del trattamento minimo e una più lenta progressione dell’età pensionabile, in modo da raggiungere i 64 anni nel 2032 e non nel 2030. Con il sostegno dei neogaullisti, il governo – che varerà la riforma, ufficialmente, il 23 gennaio – potrebbe evitare il ricorso all’articolo 49-3 della Costituzione, che permette di varare alcune leggi (esplicitamente: la finanziaria, e gli interventi sulla previdenza sociale) senza l’approvazione parlamentare e salvo voto di censura.

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