bandiera Europa

Dopo vari periodi di difficoltà, l’impatto drammatico della pandemia ha cambiato il quadro e siamo entrati in una congiuntura per noi particolarmente favorevole

L’Europa è stata un tema centrale della campagna elettorale. Il dibattito si è concentrato sulle questioni più vicine all’attualità: la svolta autocratica in Ungheria, la guerra in Ucraina, l’eventuale rinegoziazione del Pnrr. Si è così perso di vista lo sfondo più ampio del nostro rapporto con la Ue, in particolare il ruolo cruciale che l’appartenenza europea ha svolto nel tempo per l’Italia. È questo il punto decisivo su cui conviene riflettere in vista del voto.
Perché il nostro Paese aderì al Trattato di Roma nel 1957? La grande intuizione di De Gasperi fu che, per modernizzarsi, l’Italia aveva bisogno di una robusta àncora esterna. Ricordiamo che allora vi erano forze politiche e sociali che mettevano in discussione il regime democratico, la collocazione occidentale, l’economia di mercato. Bisognava legare i destini italiani a quelli dei Paesi più avanzati e più stabili di noi. E arginare in questo modo le spinte centrifughe, stimolare la crescita e l’ammodernamento del debole apparato statale.
La scelta europea costrinse nel tempo i vari governi a un doppio gioco di equilibrismo. A Bruxelles si trattava di promuovere quella «unione sempre più stretta» auspicata dai Trattati. Facendo però in modo che non diventasse troppo stretta, altrimenti l’Italia non sarebbe riuscita a tenere il passo. A Roma, invece, bisognava spingere un recalcitrante sistema dei partiti e una società corporativa ad accettare incisive riforme in ogni settore: la politica monetaria, quella fiscale, il mercato del lavoro, le pensioni e così via. Sappiamo che non è stata una passeggiata facile: nell’ultimo ventennio, per «restare in Europa» tutta la società ha dovuto fare grandi sacrifici.
La scelta europea è stata conveniente? Oggi c’è chi ne dubita, ma secondo la stragrande maggioranza degli studiosi l’appartenenza alla Ue ha portato enormi benefici nel lungo periodo. Certo, l’Europa è una unione di Stati con interessi diversi. L’integrazione procede in base a compromessi, a volte si vince a volte si perde. I rapporti di forza dipendono molto dalla stabilità e dalla autorevolezza dei governi: due aspetti rispetto ai quali siamo sempre stati particolarmente deboli.
In alcuni frangenti, il gioco di equilibrismo è diventato molto rischioso. Monti dovette fare i salti mortali per salvaguardare l’àncora europea quando i mercati si scatenarono contro il debito italiano. Solo il varo di incisive riforme interne, appoggiate da una larga maggioranza parlamentare, consentì di preparare il terreno al famoso «whatever it takes» di Mario Draghi, ottenendo l’assenso preventivo di Angela Merkel.
Nell’ultimo biennio, l’impatto drammatico della pandemia ha cambiato il quadro e siamo entrati in una congiuntura per noi particolarmente favorevole. Alleandosi con Macron, il nostro governo è riuscito a convincere la Germania a fare debito comune per finanziare un programma di investimenti e riforme senza precedenti. Dai compiti a casa si è passati alla condivisione dei rischi. L’Italia ha ottenuto circa 200 miliardi di euro, compreso un maxi-bonus di sovvenzioni a fondo perduto. In altre parole, questa volta la Ue ci chiede di spendere, non di fare sacrifici: una situazione capovolta rispetto al passato. È rimasto un unico vincolo: le risorse dovranno essere utilizzate in stretta conformità con gli obiettivi e le scadenze del Pnrr (un testo, ricordiamolo, approvato dal Parlamento). È la prima volta che la politica italiana si lega le mani da sola per produrre beni collettivi (infrastrutture economiche e sociali) a vantaggio, soprattutto, delle prossime generazioni.
Se effettivamente realizzati, gli investimenti del Pnrr ci consentiranno di fare un salto di qualità in termini di modernizzazione. Per certi aspetti, sarebbe il coronamento dei sogni e della lungimiranza dei padri nobili di questa Repubblica: dobbiamo esserne consapevoli e spiegarlo bene ai giovani. Ma sarebbe sbagliato fermarci qua, allentare l’impegno nell’illusione di essere «diventati grandi». Magari sciogliendo gli ormeggi e rompendo con quei Paesi — in particolare Francia e Germania — che hanno condiviso e sostenuto nel tempo la nostra scelta europea.
Abbiamo ancora molta strada da percorrere, basti pensare al Mezzogiorno. Il nostro interesse nazionale è un’Europa più forte, capace di dare risposte comuni ai grandi rischi di oggi: energia, difesa, cambiamento climatico, disoccupazione, migrazioni, salute. Nell’aprile del 2020, Angela Merkel disse davanti al suo Parlamento: «L’Europa non è Europa se i Paesi non si sostengono l’un l’altro nei momenti di bisogno». I sostegni sono arrivati, ma Ngeu scade nel 2026. Dobbiamo agire sin d’ora per trasformare una solidarietà legata a circostanze eccezionali (anche sul piano emotivo) in qualcosa di più sistematico. L’aiuto nei momenti di emergenza (per tutti, anche per la Germania) deve diventare una vera e propria «polizza assicurativa» su cui si possa contare in modo stabile e predefinito. Occorre muovere, in altre parole, verso un assetto di tipo federale.
Le condizioni necessarie per giocare questa partita sono due: il rispetto del Pnrr e, prima ancora, la riconferma della scelta europea, indicandola — seguendo l’esempio della Germania — come parte integrante della nostra «ragion di Stato». Senza questi impegni non avremo alcuna credibilità in Europa. E resteremo condannati a fare gli equilibristi, per giunta in un contesto internazionale sempre più instabile e insidioso.

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