Anche nelle prime settimane di lockdown ognuno andava da solo, poi è arrivata la svolta

Le bollette bruciate nelle piazze d’Italia e le code infinite ai distributori in Francia, non appena Total ha offerto uno sconto di 20 centesimi, sono fra le poche buone notizie giunte all’orecchio di Vladimir Putin negli ultimi tempi. Il dittatore del Cremlino ci vede la speranza che la sua strategia del terrore economico funzioni, se solo riesce a tenere duro. Perché quella che Putin sta muovendo all’Europa è semplicemente una guerra dell’energia, che mira a incrinare la coesione delle società democratiche fino a costringere i governi a un cambio di rotta.

Putin vuole che l’opinione pubblica si convinca che non valeva la pena infliggere sanzioni alla Russia, che la sofferenza delle famiglie e delle imprese deve finire e si deve venire a patti con Mosca. Che si deve negoziare e spingere l’Ucraina a una tregua, che dia tempo all’esercito russo di riorganizzarsi dopo le disfatte. Poiché gli ucraini non mollano la presa — anzi, affondano i colpi — Putin vuole convincere noi a mollare gli ucraini. Vuole farlo ricattandoci sul gas. Lo stesso sabotaggio del gasdotto Nord Stream 1, chiunque ne sia responsabile, sembra voler spingere Berlino a fare marcia indietro e attivare Nord Stream 2 fra la Russia e la Germania. Sarebbe una ritirata sulla prima e la più simbolica delle sanzioni contro Mosca prese dall’inizio della guerra. Per questo la posta del vertice europeo che si apre venerdì a Praga non potrebbe essere più alta.

Ne va della tenuta economica delle nostre imprese, di quella sociale dei nostri Paesi e ne va anche del futuro della guerra combattuta a un’ora di volo dai nostri confini. Purtroppo le risposte che l’Unione europea ha opposto fino a questo momento sono insufficienti, soprattutto ora che siamo entrati nel momento più drammatico e decisivo del conflitto. I ventisette governi hanno varato otto cicli di sanzioni contro Mosca, senza pensare alle difese di fronte alla reazione che sarebbe arrivata da Putin. A lungo la Commissione europea ha difeso il «disegno di mercato» nel settore dell’energia in Europa, malgrado le assurdità evidenti: il taglieggiamento praticato da Putin nel più politico dei settori; le oscillazioni paurose del prezzo del gas sulla piattaforma finanziaria di Amsterdam (l’ormai celebre Ttf), trattata fino a poche settimane fa come un totem intoccabile; le centinaia di miliardi che le imprese elettriche d’Europa devono depositare a un’altra piattaforma finanziaria, a Lipsia, per poter vendere la propria energia; soprattutto, l’insostenibilità delle bollette e il loro totale divorzio da qualsiasi realtà economica.

Se non riconosce questi dati di fatto e non offre risposte serie, l’Unione europea è destinata a perdere legittimità agli occhi dei suoi cittadini. In fondo però non si tratta di una situazione inedita: due anni e mezzo fa le istituzioni europee si trovarono di fronte a un dilemma simile nel pieno della pandemia. Nelle prime settimane di lockdown, da alcune capitali e da settori della Commissione europea si diceva l’equivalente — fatte le differenze — di ciò che alcuni hanno fatto capire durante i primi sei mesi di guerra: ognuno doveva cavarsela da sé, non c’era molto che l’Unione europea potesse fare insieme, una risposta comune innovativa non serviva o era impossibile. Anche allora per un po’ prevalsero le recriminazioni reciproche.

Invece poi nel 2020 la risposta comune arrivò — con il Recovery e gli acquisti dei vaccini — quando a Berlino si capì che l’area euro altrimenti rischiava di finire in pezzi. Ora, in questa crisi dell’energia, siamo probabilmente allo stesso punto. Paolo Gentiloni e Thierry Breton, commissari Ue per Italia e Francia, propongono un fondo comune per prestiti agevolati ai Paesi simile al primo che fu lanciato con la pandemia. Il fondo finanzierebbe la cassa integrazione delle imprese chiuse dal caro-energia: sarebbe il primo segnale che in Europa i problemi delle persone comuni stritolate in questa guerra economica sono compresi e che lassù in cabina di pilotaggio qualcuno c’è.

Intanto ieri sera i ministri dell’Energia di quasi tutti i Paesi europei — Germania inclusa — si sono riuniti riservatamente in videoconferenza per gli ultimi ritocchi ai dieci punti sui quali chiederanno a Bruxelles di lavorare. Già questo è un miracolo, perché litigavano furiosamente fino a pochi giorni fa. Invece stamattina chiederanno insieme alla Commissione Ue di progettare un tetto al prezzo del gas di tutti i fornitori (non solo la Russia), all’ingrosso, valido anche sui contratti in vigore (non solo su quelli futuri), flessibile e non così basso da creare problemi di approvvigionamento. È qualcosa che l’Italia chiedeva da mesi e entra nell’agenda comune solo ora perché, come nel 2020, ormai tutti capiscono che l’Europa rischia di non tenere più. Forse non basterà, va messo alla prova: ma è un atto di volontà politica per respingere le pressioni di Putin e difendere i cittadini europei. Per Mario Draghi e il suo ministro Roberto Cingolani significa avvicinarsi a un obiettivo inseguito a lungo. Per il prossimo governo italiano, è una staffetta che sarà possibile raccogliere solo garantendo in Europa il massimo di competenza e di credibilità.

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