Guerra Ucraina

Nessuno sa dire in quale assetto territoriale riconosceremo un Paese devastato dai bombardamenti, una nazione ridotta in macerie, smembrata e un popolo decimato

Cinquecento giorni di guerra hanno proiettato la cronaca nella storia: Storia con la S maiuscola, perché sono la Storia di un Paese e di un Continente — l’Europa — ad essere drammaticamente cambiate in una successione di eventi paragonabile alla caduta del Muro di Berlino. Nulla sarà più come prima: la Nato allargata ai Paesi Baltici, nuovi membri nell’anticamera della Ue (dalla Moldavia all’Ucraina, dalla Georgia ai Balcani del Sud e, dopo Vilnius, una rinnovata ambizione della Turchia), tutta l’Europa schierata a sostegno di Kiev, sia pure con entusiasmi e sforzi militari ed economici variabili, gli Stati Uniti decisi a fare dell’Ucraina un avamposto militare per fronteggiare le minacce russe, a prescindere dall’ingresso di Kiev nell’Alleanza, per ora considerato prematuro e controproducente a guerra in corso.
Mentre la Storia, con il motore della politica, avanza a passo di carica, la geografia di una Nazione sembra dimenticata, confinata com’è in un limbo d’incertezza, quasi una variabile indipendente dall’andamento del conflitto.
«Sarà molto lungo e molto, molto sanguinoso. Nessuno dovrebbe farsi illusioni al riguardo», ha sintetizzato il generale Mark Milley, capo di Stato Maggiore della Difesa Usa. L’unica certezza sono la crescita esponenziale dei costi della ricostruzione e la probabile prospettiva che a pagarli sarà l’Europa.
Se la Storia dell’Ucraina è ormai incanalata in una solida appartenenza all’Occidente europeo, nessuno sa dire in quale assetto territoriale riconosceremo un Paese devastato dai bombardamenti, una nazione ridotta in macerie, smembrata e invasa, un popolo decimato dalla diaspora dei civili, dalle vittime sul campo, dalla fuga dei russofoni, un mosaico amministrativo condizionato dalle ambizioni di riconquista dei territori perduti e/o da una realistica presa d’atto che il sopruso perpetrato da Mosca possa restare in una certa misura impunito. Il destino di terra di mezzo, che ha accompagnato secoli di storia nazionale, ripresenta il conto di questioni geografiche, culturali e religiose irrisolte e aggravate dal conflitto.
Ucraina e Russia resteranno nemiche per generazioni anche senza più combattere. È difficile immaginare come l’economia ucraina possa riprendersi se il suo spazio aereo rimane chiuso, i suoi porti rimangono in gran parte bloccati, le sue città sotto tiro, i suoi uomini in età lavorativa al fronte e milioni di rifugiati fuori dal Paese. Al vertice di Vilnius, la Nato ha ridisegnato una strategia di lungo periodo, con l’ingresso di nuovi membri, il rafforzamento dell’apparato militare, il sostegno incondizionato all’Ucraina. Tuttavia, in molti ambienti, ci si chiede a quale forma di Paese si riferiranno gli impegni solenni. E paradossalmente, ciò che resterà del Paese a guerra finita sarà la condizione che aprirà davvero le porte della Nato.
Circolano ipotesi in base a precedenti storici di amputazioni territoriali, separatismi e confini non riconosciuti. In primis, il caso della Germania occidentale, ammessa alla Nato mentre il Paese era ancora diviso e con questioni territoriali irrisolte. Nel 1955, mentre la Germania Est era sotto l’occupazione sovietica, la Germania federale entrò nell’Alleanza e prosperò senza rinunciare al diritto alla riunificazione. Ma la guerra era finita e russi e americani dialogavano. Uno scenario di questo tipo, secondo alcuni osservatori, potrebbe incoraggiare la Russia a un negoziato. Lo sbocco «tedesco» trasformerebbe l’Ucraina amputata in una fortezza, ma inondata di aiuto e forse ricostruita in tempi più rapidi.
L’amministrazione Biden ripete giorno dopo giorno una formula: «Niente sull’Ucraina senza l’Ucraina». Un modo per smentire qualsiasi possibilità di accordi con la Russia che non contemplino l’integrità territoriale che Kiev continua a pretendere. Si è però saputo di contatti segreti tra esperti del think tank Council on Foreign Relations e funzionari russi, tra cui il capo della diplomazia, Sergei Lavrov.
In questo quadro si è già presentato un grottesco controsenso per bocca del presidente Biden: vi diamo le cluster bomb (i micidiali ordigni messi al bando da diversi Paesi) ma usateli con prudenza e non sul territorio russo. Un segnale che il sostegno non è davvero incondizionato e sine die. Le elezioni americane del 2024 potrebbero rimettere in discussione la strategia della Casa Bianca, impegnata finora con oltre 70 miliardi di aiuti all’Ucraina.
Un altro scenario geografico da considerare riguarda ruolo militare e influenza politica della Polonia, il cui territorio in passato si estendeva all’Ucraina occidentale. La Polonia ospita milioni di ucraini e fra i due Paesi il legame economico e culturale va ormai molto al di là dei confini nazionali. La Polonia, inoltre, sta diventando una potenza militare nel cuore dell’Europa dell’Est. Varsavia prevede di spendere il 4% del Pil per la difesa nel 2023.
Al contrario, in diversi Paesi chiave dell’Alleanza la volontà politica non è univocamente accompagnata dall’impegno finanziario. Infine, con l’avvicinarsi delle elezioni europee, gli scenari politici potrebbero mutare e con essi la narrazione univoca del conflitto. In molti Paesi, le destre conservatrici avanzano sull’onda di opinioni pubbliche stanche di guerra, di invasioni di migranti e di recessione direttamente conseguente al conflitto. Faranno sentire sempre più la loro voce e potrebbero cambiare ancora una volta la Storia.

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